Caro Ivan, tento di rispondere al primo quesito, molto attinente al tipo di intervento richiestomi per la giornata romana.
Non e' proprio esatto che in Italia non si sia adottato formati catalografici internazionali standard; ci si e', infatti, sin da subito uniformati all'International Standard Bibliographic Description, standard internazionale, ormai quarantennale ma costantemente aggiornato, valido per la parte relativa alla descrizione. Sono rimaste, invece, compito delle singole agenzie nazionali le regole sui punti di accesso, sia a livello di autori (nonostante molte nazioni anche di area non anglofona abbiano, in passato, optato per le AACR e AACR2) sia nella catalogazione semantica (eccezion fatta, per la classificazione decimale Dewey, adottata largamente in tutto il mondo); il motivo e' facilmente intuibile. Se e' stato relativamente semplice - ma rivoluzionario, lo sottolineo - stabilire che nel descrivere una risorsa bibliografica si inserisce sempre, come primo elemento, il titolo, quindi i dati dell'edizione se presenti, poi la pubblicazione, ecc. in una successione determinata, e che, all'interno dell'area del titolo la barra obliqua precede sempre e solo la prima formulazione di responsabilita', ecc. ecc., la stessa standardizzazione sarebbe stata assai piu' complessa nella sfera degli accessi, fortemente influenzati da fattori culturali, linguistici e di consuetudini locali.
Parallelamente, si e' cercato di creare formati di scambio - che non sono ne' codici catalografici ne' standard come le ISBD - validi a livello internazionale, tentativo riuscito parzialmente dato che, anche in questo caso, hanno prevalso per qualche decennio i "nazionalismi" (alludo al formato MARC, da cui si sono sviluppati MARC nazionali diversi) finche', ultimamente, ha finito per prevalere il MARC21 adottato in America e in vari altri paesi, a scapito di altri MARC locali non piu' manutenuti, ad es. UNIMARC.
Detto questo e senza volerla fare troppo lunga, adesso siamo dinanzi a un'era "nuova". L'ottica diversa in cui sono nate e si stanno evolvendo le nuove RDA - che definire codice catalografico e' probabilmente riduttivo - aperte a un contesto allargato rispetto a quello delle biblioteche, composto da informazioni - dati e metadati - condivisibili e utilizzabili al di fuori dei recinti bilbiotecari e strutturati mediante linguaggi di marcatura. Peraltro, in tutto questo, il ruolo dei formati come il MARC sembra destinato a perdere importanza e, gia' da molti anni, si parla di "morte" del MARC.
In tutto questo si collocano le nostre regole nazionali di catalogazione, le REICAT, che hanno in comune con RDA molti principi (mutuati da FRBR) e si basano sullo standard ISBD (a differenza di RDA, almeno stando a quanto si afferma, poi in pratica si vedra'), ma il cui terreno e' molto piu' legato a cataloghi tradizionali (i colleghi americani dicono di non voler neanche piu' parlare di cataloghi ma di strumenti "altri").
Insomma, la questione non e' banale e poco condensabile in una mail, benche' lunghetta (e mi auguro di non essere stata troppo caotica); sono convinta sia importante, non dico discuterla, ma almeno accennarla durante l'incontro romano...
A presto, simona
Il giorno 05 giugno 2013 14:29, Ivan Rachieli ivanrachieli@gmail.com ha scritto:
Ciao a tutti,
l'AIB mi ha invitato a partecipare al convengo del 20 – penso per via dell'articolo su Tropico del Libro – e, come ha chiesto anche a voi, di dire qualcosa in 5 minuti.
Visto che non sono un bibliotecario e non lavoro in biblioteca ho pensato di fare due domande precise che riassumono il mio punto di vista di osservatore (relativamente) esterno e che possono essere un punto di partenza interessante per un'argomentazione rivolta a un pubblico che ha seguito la storia ma non è necessariamente composto di addetti ai lavori:
1.Quali obiettivi hanno guidato la decisione di non adottare da subito formati di catalogazione internazionali standard. 2. Per quale ragione non esiste ancora una politica chiara riguardo l'esposizione dei dati pubblici, e il loro utilizzo.
Di sicuro sono questioni di superficie, ma non sono domande retoriche: sono davvero interessato alla risposte, anche se potrebbero non esserci o essere non particolarmente sensate.
Ivan Rachieli se vuoi sapere più cose su di me, guarda qui: http://iscarlets.tumblr.com/about
Il giorno 04 giugno 2013 09:41, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Questa esigenza di migliorare la comunicazione usando la rete secondo me è
stata espressa molto bene da Laura Testoni nel suo post del 22 maggio: http://refkit.wordpress.com/2013/05/22/salvatesbn/#more-2040 quando ha scritto che di fronte alla mobilitazione che c'è stata in rete su SBN l'ICCU mostrava di non essere in grado di valorizzarla e forse neppure ne era a conoscenza. Riporto quello che ha scritto perché secondo me è uno dei noccioli della questione:
E la domanda sorge spontanea: *cosa fa l’ICCU, Sbn, per intercettare, capitalizzare, valorizzare questo consenso massiccio*, non sollecitato, non previsto, diciamo pure “piovuto dal cielo” grazie alla presa in carico “dal basso” di un *influencer* su Twitter? *Ecco io credo che l’ICCU nemmeno sappia di questa mobilitazione* virale. E se lo sa, non ritiene utile comprenderla, decifrarla, metterla a valore. E penso che una istituzione come l’ICCU dovrebbe comprendere nel suo staff anche persone in grado di stare dentro i social e dialogare con gli stakeholder (e invece si mandano le veline all’Ansa e poi si mettono cose pasticciate nel sito). Molte realtà bibliotecarie di altissimo livello sono presenti in modo interessante su twitter (@librarycongresshttps://twitter.com/librarycongress , @britishlibrary https://twitter.com/britishlibrary, @actuBNFhttps://twitter.com/ActuBnF) e – ricordiamo – non sono solo biblioteche ma anche agenzie catalografiche e in questo senso analoghe a SBN/Iccu
Il giorno 04 giugno 2013 09:34, Enrico Francese efrancese@gmail.com ha scritto:
Io aggiungerei un aspetto relativo alla comunicazione. Non ho idea di
come formularlo né come articolarlo, ma risponderebbe anche in parte all'ultima osservazione di Andrea: "che qualcuno di loro si mettesse a parlare con noi". Insisterei proprio sulla necessità non solo di aprirsi a esperienze diverse (risponderanno sicuramente "lo stiamo già facendo") ma di comunicare e pubblicare adeguatamente queste (e altre) esperienze. La cosa poi si estenderebbe alla presenza sui social network, alla presenza di documentazione strutturata in html sul loro sito, ecc.
Enrico
Il 03 giugno 2013 22:22, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.com ha scritto:
2013/6/3 Pierfranco Minsenti pierfranco.minsenti@gmail.com
Io chiederei questo:
- che si mettano d'accordo con OCL per rifare l'export dei dati ICCU:
basta che aggiungano le date i nomi;
Sono d'accordo. In realtà noi possiamo passare a livello basso parlando direttamente con Max, ma se loro risolvono a monte il problema, meglio
per
tutti. Sarebbe importante, in un certo senso, preparargli un bel
resoconto
degli errori che avete trovato (ecco perchè consigliavo l'articolo). Ora, io non so quanto ci si metterà a muoversi, ma secondo me il tempo
per
scrivere l'articolo ce l'avete :-)
- che aprano le porte a una collaborazione designando una persona di
contatto: o meglio, che accettino un Wikipediano in residence.
Anche qui sono d'accordo, ma con un "però". Non è detto che un
wikipediano
in residenza con le skill giuste e la voglia di lavorare (pagato?)
all'ICCU
lo trovino. OCLC ha trovato un wikipediano in residenza, ma lo paga piuttosto bene e aveva un'appeal decisamente diverso. Io mi accontenterei che qualcuno di loro si mettesse seriamente a
parlare
con noi: questa lista riunisce competenze ed esperienze uniche, e
molti di
noi sono di Wikimedia Italia, per cui c'è una sponda "istituzionale".
Andrea
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