Centri una cosa che non ho mai capito: come mai in Italia si è scelta un'architettura come SBN? Ovvero un sistema di catalogazione partecipata su scala nazionale che cercasse di comprendere tutte le biblioteche di qualsiasi natura? Ci sono altri esempi all'estero? La risposta che mi sono dato finora è che SBN non avrebbe dovuto essere "solo" il catalogo collettivo ma anche altro, sbaglio? Mi pare che esista anche il servizio ILL SBN, ma qualcuno sa qualcosa su come dovrebbe funzionare o l'ha mai usato?
Da quello che so, nei paesi anglosassoni la catalogazione è principalmente affidata ad azienda specializzate da cui le biblioteche acquistano dataset (es http://www.bowker.co.uk/en-UK/products/servlib_default.shtml oppure http://www.nielsenbook.co.uk/).
Ciao Giulio
Il giorno 05/giu/2013, alle ore 19:52, Pierfranco Minsenti pierfranco.minsenti@gmail.com ha scritto:
Bene Giulio per queste interessanti dati sui costi per adeguarsi a SBN. Guardiamo anche alla sostenibilità delle cose. I bibliotecari non stanno con i piedi per terra, quasi mai.
Quello che mancano adesso sono informazioni sui cataloghi collettivi all'estero: dove esistono quelli di dimensione nazionale e come sono gestiti. Per es. so che esiste un catalogo collettivo nazionale in Australia. In Francia esiste SUDOC che è specifico per le Università. In UK non esiste nulla: solo cataloghi collettivi virtuali: sono metaopac o forse più recentemente costruiti con degli import, ma non sono basati sulla catalogazione partecipata come è la caratteristica di SBN. Non nascono collettivi, insomma. Infine, no soprattutto, esiste WorldCat: le istituzioni italiani che partecipano fanno caricamenti di set di records in modalità batch. Non possono usarlo per derivare records e neppure per catalogare in forma cooperativa. Insomma: è solo una grande vetrina (sporchissima: piena di doppioni, nessuno pulisce. In confronto SBN è un gioiello, checché se ne dica dei suoi doppioni). Ma credo che WorldCat negli Stati Uniti sia anche usato diversamente. Dipende anche dal tipo di contratto sottoscritto. Le istituzioni italiane partecipanti hanno sottoscritto quello più semplcie a prezzo più basso. Insomma: nella patria europea del catalogone nazionale per eccellenza nessuno indaga e spiega come e cosa esiste altrove. Oggi l'Italia appare chiusa come al tempo del fascismo più autarchico: e quel che è peggio non c'è una dittatura da incolpare. Lo ha voluto la cosiddetta "classe dirigente". E noi ci siamo dentro.
Pierfranco
Il giorno 05 giugno 2013 19:41, Giulio Bonanome gbonanome@gmail.com ha scritto: Complimentoni a Pierfranco per la chiarezza :)
Riguardo il punto 1) sottolineo che per un'azienda, dotarsi della capacità di operare in SBN, comporta un costo di 2.500€ e il superamento di un test (http://www.iccu.sbn.it/opencms/opencms/it/main/sbn/certif_conf_protoc_sbnmar...). L'intero processo può durare più di un anno: alcuni mesi per implementare le funzionalità nell'applicativo, quindi la verifica e infine la certificazione. Nel nostro caso, solo tra la verifica e la certificazione sono passati 10 mesi (http://www.iccu.sbn.it/opencms/opencms/it/main/sbn/certif_conf_protoc_sbnmar...).
CIao Giulio
Il giorno 05/giu/2013, alle ore 17:12, Pierfranco Minsenti pierfranco.minsenti@gmail.com ha scritto:
Io credo che la domanda di Ivan alluda non agli "standard" che regolano il contenuto di una registrazione bibliografica in Italia nel mondo SBN, ma agli standard che regolano la struttura del formato bibliografico: la struttura del record, del suo contenuto.
Il "contenuto" di una registrazione in SBN non fa problema perché come ricorda Simona sia il mondo SBN sia le istituzioni italiane che non lavorano in SBN, fanno come fanno il resto delle biblioteche nel mondo: cioè usano lo standard che prescrive quale è il contenuto (=quali dati bisogna trascrivere per descrivere precisamente una edizione): questo standard sono le ISBD (International Standard Bibliographic Description: http://it.wikipedia.org/wiki/International_Standard_Bibliographic_Descriptio...
Quello che fa problema nel caso del mondo SBN riguarda il "formato bibliografico": cioè la struttura logica della registrazione, vale a dire come i diversi elementi (dati) che la compongono sono strutturati in un insieme, quando la notizia è creata con un computer e registrata in un archivio elettronico.
Il formato della registrazione bibliografica SBN è un formato proprietario: usato solo in Italia.
Questo siginifca molte cose tra cui:
se una ditta di software internazionale vuole vendere software a biblioteche italiane che sono in SBN, deve dotare il prodotto di funzioni aggiuntive per poter gestire il formato SBN e per poter colloquiare con la base dati nazionale (l'Indice SBN) da cui catturare records e a cui inviarli. Non tutte le ditte internazionali ritengono conveniente fare questo lavoro. Per es. la ditta Innovative Interfaces che in Italia fornisce Bocconi, Cattolica, Istituto Europeo di Fiesole ecc. ed è una ditta leader nel mondo con il suo software Millennium
per poter migrare a un nuovo software non nativo SBN (un software internazionale, per es.) una biblioteca italiana deve scaricare i records dal vecchio gestionale chiedendo alla ditta una conversione dal formato SBN al formato UNIMARC che è internazionale e potrà così essere importato nel nuovo software. Ma il punto è che la conversione dal formato SBN al formato UNIMARC è per forza di cose imperfetta perché si basa su procedure automatiche di riconoscimento della punteggiatura convenzionale inserita dal catalogatore nella registrazione bibliografica SBN che devono essere convertiti in una struttura record diversa dove i marcatori dei singoli elementi del record non sono segni di punteggiatura ma tag numerici e sottocampi alfabetici. Basta un errore nella punteggiatura e la conversione di quel record da SBN a UNIMARC riesce male.
il formato bibliografico SBN è meno granulare di UNIMARC (e di MARC21) perché per es. non ha dei tag specifici per i vari tipi di soggetto e i vari tipi di nota. Per cui se una biblioteca usa nel suo gestionale UNIMARC ma il suo software possiede anche le funzioni aggiuntive che permettono alla biblioteca di lavorare in SBN, invierà all'indice SBN un record più preciso (granulare) che verrà automaticamente convertito nel formato SBN e perderà le distinzioni a livello delle note e dei soggetti.
Proprio per questi motivi (e altri) ci sono tutt'ora un numero non indifferente di istituzioni italiane che preferiscono non essere in SBN, non usare quel formato: per es. l'Università di Pisa dove lavora Simona non lavora in SBN e usa il formato UNIMARC per catalogare.
Per cui se Ivan vuole fare la domanda che si è proposto è forse bene che specifichi meglio che cosa intende.
Un buon punto di partenza per capire la distinzione tra standard che regolano il contenuto di un record bibliografico e standard che regolano il formato del record si trova in un articolo inglese del 2007 che contiene una griglia che fa capire le differenze tra i vari standard (di contenuto; di struttura logica del record; di codifica e di scambio). È un articolo molto chiaro su queste questioni e lo consiglio. È uscito su un periodico online gratuito.
Mary W. Elings and Günter Waibel (2007). Metadata for All: Descriptive Standards and Metadata Sharing across Libraries, Archives and Museums, in First Monday, volume 12, number 3, URL: http://firstmonday.org/issues/issue12_3/elings/index.html
Lo schema è questo: la riga degli standard che rientrano nei Data Content rappresenta quelle che sono dette volgarmente le "regole catalografiche" e che per gli americani nel 2007 erano il loro codice nazionale AACR2 (oggi sono le RDA). In Italia il codice nazionale sono le REICAT che dal 2009 hanno sostituito le vecchie RICA del 1979. Le REICAT riprendono lo standard internazionale ISBD + aggiungono specifiche regole italiane.
Invece la riga dei Data structure fa riferimento agli standard che regolano la struttura logica della registrazione bibliografica. È a questo livello, quindi non al livello del Data content, che si situa il problema del formato proprietario di SBN, usato solo in Italia.
Nella prima riga vediamo la bottiglia e il barattolo: in quei contenitori di forma diversa, anche il contenuto assume una forma diversa.
Analogamente: il formato bibliografico SBN è un "contenitore" che dà una particolare struttura al record ed è questa struttura, non il suo contenuto, che è proprietaria perché usata solo in Italia. La traduzione da questa struttura proprietaria di SBN a una struttura internazionale come i formati MARC non potrà mai essere perfetta.
Per cui la domanda potrebbe essere: visto che quando è stato concepito SBN a fine anni '70 e poi lentamente realizzato negli anni '80, il formato UNIMARC era appena nato (prima edizione 1977), è comprensibile che allora potesse essere poco chiara la diffusione che avrebbe avuto, comunque di gran lunga inferiore all'altro standard: MARC21. Oggi, ovviamente col senno di poi, le cose si vedono meglio. Ma proprio per questo: perché quando nel 1996 è stato deciso di "aprire" il formato SBN a software internazionali e si è lentamente arrivati al cosiddetto SBN 2 (andato in porto intorno al 2005) non si è deciso di modificare il formato SBN adeguandolo ai formati internazionali?
Questa mancata decisione non è mai stata giustificata né spiegata. Se alla fine degli anni '70 le idee sugli standard a livello di formato potevano diverse dalle nostre, non si può dire la stessa cosa della fine degli anni '90 quando era chiarissimo il peso che avevano le scelte dei grandi enti internazionali e che cosa sarebbe stato opportuno fare per far evolvere il formato SBN
Per una introduzione a SBN vedi le slides di un corso del 2010: http://www.slideshare.net/mauriziomess/introduzione-a-sbn
La tabella dall'articolo: Mary W. Elings and Günter Waibel (2007). Metadata for All: Descriptive Standards and Metadata Sharing across Libraries, Archives and Museums, in First Monday, volume 12, number 3, URL: http://firstmonday.org/issues/issue12_3/elings/index.html <Schermata 2013-06-05 alle 16.07.38.png> Pierfranco Minsenti
Il giorno 05 giugno 2013 15:21, Simona Turbanti sturbanti@gmail.com ha scritto: Caro Ivan, tento di rispondere al primo quesito, molto attinente al tipo di intervento richiestomi per la giornata romana.
Non e' proprio esatto che in Italia non si sia adottato formati catalografici internazionali standard; ci si e', infatti, sin da subito uniformati all'International Standard Bibliographic Description, standard internazionale, ormai quarantennale ma costantemente aggiornato, valido per la parte relativa alla descrizione. Sono rimaste, invece, compito delle singole agenzie nazionali le regole sui punti di accesso, sia a livello di autori (nonostante molte nazioni anche di area non anglofona abbiano, in passato, optato per le AACR e AACR2) sia nella catalogazione semantica (eccezion fatta, per la classificazione decimale Dewey, adottata largamente in tutto il mondo); il motivo e' facilmente intuibile. Se e' stato relativamente semplice - ma rivoluzionario, lo sottolineo - stabilire che nel descrivere una risorsa bibliografica si inserisce sempre, come primo elemento, il titolo, quindi i dati dell'edizione se presenti, poi la pubblicazione, ecc. in una successione determinata, e che, all'interno dell'area del titolo la barra obliqua precede sempre e solo la prima formulazione di responsabilita', ecc. ecc., la stessa standardizzazione sarebbe stata assai piu' complessa nella sfera degli accessi, fortemente influenzati da fattori culturali, linguistici e di consuetudini locali.
Parallelamente, si e' cercato di creare formati di scambio - che non sono ne' codici catalografici ne' standard come le ISBD - validi a livello internazionale, tentativo riuscito parzialmente dato che, anche in questo caso, hanno prevalso per qualche decennio i "nazionalismi" (alludo al formato MARC, da cui si sono sviluppati MARC nazionali diversi) finche', ultimamente, ha finito per prevalere il MARC21 adottato in America e in vari altri paesi, a scapito di altri MARC locali non piu' manutenuti, ad es. UNIMARC.
Detto questo e senza volerla fare troppo lunga, adesso siamo dinanzi a un'era "nuova". L'ottica diversa in cui sono nate e si stanno evolvendo le nuove RDA - che definire codice catalografico e' probabilmente riduttivo - aperte a un contesto allargato rispetto a quello delle biblioteche, composto da informazioni - dati e metadati - condivisibili e utilizzabili al di fuori dei recinti bilbiotecari e strutturati mediante linguaggi di marcatura. Peraltro, in tutto questo, il ruolo dei formati come il MARC sembra destinato a perdere importanza e, gia' da molti anni, si parla di "morte" del MARC.
In tutto questo si collocano le nostre regole nazionali di catalogazione, le REICAT, che hanno in comune con RDA molti principi (mutuati da FRBR) e si basano sullo standard ISBD (a differenza di RDA, almeno stando a quanto si afferma, poi in pratica si vedra'), ma il cui terreno e' molto piu' legato a cataloghi tradizionali (i colleghi americani dicono di non voler neanche piu' parlare di cataloghi ma di strumenti "altri").
Insomma, la questione non e' banale e poco condensabile in una mail, benche' lunghetta (e mi auguro di non essere stata troppo caotica); sono convinta sia importante, non dico discuterla, ma almeno accennarla durante l'incontro romano...
A presto, simona
Il giorno 05 giugno 2013 14:29, Ivan Rachieli ivanrachieli@gmail.com ha scritto:
Ciao a tutti,
l'AIB mi ha invitato a partecipare al convengo del 20 – penso per via dell'articolo su Tropico del Libro – e, come ha chiesto anche a voi, di dire qualcosa in 5 minuti.
Visto che non sono un bibliotecario e non lavoro in biblioteca ho pensato di fare due domande precise che riassumono il mio punto di vista di osservatore (relativamente) esterno e che possono essere un punto di partenza interessante per un'argomentazione rivolta a un pubblico che ha seguito la storia ma non è necessariamente composto di addetti ai lavori:
1.Quali obiettivi hanno guidato la decisione di non adottare da subito formati di catalogazione internazionali standard. 2. Per quale ragione non esiste ancora una politica chiara riguardo l'esposizione dei dati pubblici, e il loro utilizzo.
Di sicuro sono questioni di superficie, ma non sono domande retoriche: sono davvero interessato alla risposte, anche se potrebbero non esserci o essere non particolarmente sensate.
Ivan Rachieli se vuoi sapere più cose su di me, guarda qui: http://iscarlets.tumblr.com/about
Il giorno 04 giugno 2013 09:41, Pierfranco Minsenti pierfranco.minsenti@gmail.com ha scritto:
Questa esigenza di migliorare la comunicazione usando la rete secondo me è stata espressa molto bene da Laura Testoni nel suo post del 22 maggio: http://refkit.wordpress.com/2013/05/22/salvatesbn/#more-2040 quando ha scritto che di fronte alla mobilitazione che c'è stata in rete su SBN l'ICCU mostrava di non essere in grado di valorizzarla e forse neppure ne era a conoscenza. Riporto quello che ha scritto perché secondo me è uno dei noccioli della questione:
E la domanda sorge spontanea: cosa fa l’ICCU, Sbn, per intercettare, capitalizzare, valorizzare questo consenso massiccio, non sollecitato, non previsto, diciamo pure “piovuto dal cielo” grazie alla presa in carico “dal basso” di un influencer su Twitter? Ecco io credo che l’ICCU nemmeno sappia di questa mobilitazione virale. E se lo sa, non ritiene utile comprenderla, decifrarla, metterla a valore. E penso che una istituzione come l’ICCU dovrebbe comprendere nel suo staff anche persone in grado di stare dentro i social e dialogare con gli stakeholder (e invece si mandano le veline all’Ansa e poi si mettono cose pasticciate nel sito). Molte realtà bibliotecarie di altissimo livello sono presenti in modo interessante su twitter (@librarycongress, @britishlibrary, @actuBNF) e – ricordiamo – non sono solo biblioteche ma anche agenzie catalografiche e in questo senso analoghe a SBN/Iccu
Il giorno 04 giugno 2013 09:34, Enrico Francese efrancese@gmail.com ha scritto:
Io aggiungerei un aspetto relativo alla comunicazione. Non ho idea di come formularlo né come articolarlo, ma risponderebbe anche in parte all'ultima osservazione di Andrea: "che qualcuno di loro si mettesse a parlare con noi". Insisterei proprio sulla necessità non solo di aprirsi a esperienze diverse (risponderanno sicuramente "lo stiamo già facendo") ma di comunicare e pubblicare adeguatamente queste (e altre) esperienze. La cosa poi si estenderebbe alla presenza sui social network, alla presenza di documentazione strutturata in html sul loro sito, ecc.
Enrico
Il 03 giugno 2013 22:22, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.com ha scritto:
2013/6/3 Pierfranco Minsenti pierfranco.minsenti@gmail.com
Io chiederei questo:
- che si mettano d'accordo con OCL per rifare l'export dei dati ICCU:
basta che aggiungano le date i nomi;
Sono d'accordo. In realtà noi possiamo passare a livello basso parlando direttamente con Max, ma se loro risolvono a monte il problema, meglio per tutti. Sarebbe importante, in un certo senso, preparargli un bel resoconto degli errori che avete trovato (ecco perchè consigliavo l'articolo). Ora, io non so quanto ci si metterà a muoversi, ma secondo me il tempo per scrivere l'articolo ce l'avete :-)
- che aprano le porte a una collaborazione designando una persona di
contatto: o meglio, che accettino un Wikipediano in residence.
Anche qui sono d'accordo, ma con un "però". Non è detto che un wikipediano in residenza con le skill giuste e la voglia di lavorare (pagato?) all'ICCU lo trovino. OCLC ha trovato un wikipediano in residenza, ma lo paga piuttosto bene e aveva un'appeal decisamente diverso. Io mi accontenterei che qualcuno di loro si mettesse seriamente a parlare con noi: questa lista riunisce competenze ed esperienze uniche, e molti di noi sono di Wikimedia Italia, per cui c'è una sponda "istituzionale".
Andrea
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