Di critiche al concetto di "nativi digitali" se ne trovano ormai parecchie, anche in Italia. Oltre al libro di Casati ci sono per es.: 1) questa ricerca della Università Bicocca: "Per favore, non chiamateli nativi digitali": http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/550_per-favore-non-chiamate... 2) questo articolo di Alessandro D'Avenia per "La Stampa" del 18 dicembre 2013: "Il mito dei nativi digitali": http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=2BT8EJ&nu...
Come dice Casati, "nativi digitali" non ha alcuna base empirica, quindi non è scienza, semmai è una "narrazione": un modo per descriversi che compiace alcuni ed è strumentale a una vasta area di business. E si è diffusa tantissimo: anche nella scuola italiana (vedi lavagna elettornica, libri di testo elettronici): tutto in nome dell'idea (indimostrata) che il ragazzo di oggi ha una mente diversa e quindi ha bisogno di una scuola diversa, altrimenti si annoierebbe (idee riprese pari pari da Prensky che di mestiere faceva l'ideatore di videogiochi e quindi era di sicuro tra coloro che si annoiano se non hanno uno schermo davanti pieno di impulsi). Ora la comunità degli insegnanti è tra le più attive nel criticare tutto questo. E lo si è visto anche nelle numerose recensioni sa Casati apparse sul magazine online Doppio Zero: erano tutte di insegnanti.
Per quanto riguarda i bibliotecari io li dividerei in due gruppi: chi si interessa all'information literacy queste cose le ha sempre sapute. Ma non mi sembra lo si possa dire di tutti. Anche nelle biblioteche il concetto di "nativi digitali" ha avuto grossa diffusione e fortuna, e ora che si sta diffondendo la critica non si vedono sempre le conseguenze che questa consapevolezza dovrebbe portare al livello dei servizi. Perché è chiaro che se i "nativi digitali" sono piuttosto "barbari" digitali, ne consegue che i servizi bibliotecari non devono più essere pensati come si è fatto spesso finora per "assecondare", attirare, accontentare tali predisposizioni (a cosa?) ma semmai è vero tutto il contrario. Ma soprattutto: ve lo immaginate parlare di utenti usando il termine "barbari", "barbarians"? Chi lo ha fatto in Italia è stato Alberto Salarelli nell'articolo "Baricco, i barbari e la biblioteca pubblica" su JLIS del 2011: http://leo.cilea.it/index.php/jlis/article/view/4600/4474che doveva molto al libro di Edward DʼAngelo, "Barbarians at the Gates Of the Public Library : How Postmodern Consumer Capitalism Threatens Democracy, Civil Education and the Public Good". Duluth Minn. Library Juice Press, 2006. Libro decisamente in anticipo sui tempi. Ma resta molto raro. Non di rado il bibliotecario è in una posizione ambigua rispetto a tutto questo perché da tempo ha sposato una visione positivista ed entisiasta della tecnologia come forza che consente l'emancipazione. Fa parte anche questo della retorica di Internet, alla pari di "nativi digitali". Come faranno le biblioteche a tralasciare del tutto tale retorica senza ovviamente cadere in una critica conservatrice?
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 14:45, Salvatore Vassallo < vassallosalvatore@gmail.com> ha scritto:
Il giorno 25 febbraio 2014 13:08, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
(la definione digital native inventata da Prensky è tutta da riscrivere come molti ci ricordano da un po' e da abbandonare nel senso che gli dava lui di svolta antroopologica nel modo di pensare: vedi per es. Casati, ma non solo lui).
Questo è estremamente interessante, meriterebbe un approfondimento a parte. Condivido. Mi ha riportato alla mente questo http://coding2learn.org/blog/2013/07/29/kids-cant-use-computers/
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