Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThing l'Università Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
http://www.anobii.com/dipasia/books
http://www.anobii.com/01593bc5cb0e1c103e/books
Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
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Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social.
Andrea, mi sorprende questa frase, che forse andrebbe chiarita meglio perché così com'è sembra ricalcare tanto lo stereotipo: bibliotecario *vs.*social, che fa pensare a:
biblioteche=ambienti vecchi, non amichevoli, popolati ovviamente da vecchie bibliotecarie ingrigite, e dove si deve fare silenzio: quindi antisocial per eccellenza, e sicuramente non cool,
social networks: ambienti amichevoli, fighissimi, dove si parla (meglio: si scrive), si conosce gente, ecc. ecc. e soprattutto: i libri li puoi stroncare e trattare malissimo: anche i classici (vedi l'esempio riportato da Nicla Vassallo: "*La **Repubblica* di Platone riceve del resto dagli aNobiiani uno scarso 3"). Insomma: social networks come ambienti dominati da irriverenza totale verso chiunque, posti in cui fare casino, e soprattutto accessibili online, virtualizzati.
Magari non intendevi dire questo, ma la tua frase lo fa pensare. È un lapsus?
Ma a parte stereotipi, lapsus e battute che suggeriscono, Library Thing è stato pionieristico nel far lavorare nel suo staff bibliotecari che hanno applicato il modello FRBR perché avevano capito che proprio l'applicazione di quel modello era la soluzione per rendere più friendly il catalogo, dato che l'utente è interessato e conosce le opere, non le edizioni. Non solo: ma l'adozione del modello FRBR era anche indispensabile per approfittare in maniera intelligente della derivazione dei records dai cataloghi di biblioteca: cioè per fare incontrare due mondi distanti: i cataloghi come fonti delle notizie bibliografiche, e la necessità di fondere quei record di diverse edizioni importati dai cataloghi sotto un unico record di opera. Altro che Anobii & C.: gli altri sono arrivati dopo a capire questo. Insomma: LibraryThing è semmai la dimostrazione che proprio il tipo di lavoro che non viene ancora fatto dalle biblioteche sui cataloghi, FRBR, e che pure è stato concepito da bibliotecari, è figlio di una rivoluzione copernicana utente-centrica (e questo lo si è sempre detto di FRBR, vedi per es. Mauro Guerrini) che le piattaforme non bibliotecarie hanno fatto più in fretta ad appropriarsi rispetto alle biblioteche. Vale a dire: se i bibliotecari mettessero in pratica i modelli che partoriscono, la biblioteca, o meglio i suoi strumenti bibliografici non sarebbero quella cosa unfriendly che viene fuori anche dalla tua frase. Se fosse utente-centrica: cosa che ora non è.
Chissà: forse sarebbe ora di dare delle tesi sull'applicazione di modelli bibliotecari alle piattaforme di condivisione delle letture: potrebbero saltare fuori utili paragoni.
Pierfranco
Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
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E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
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Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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2014-02-25 10:28 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social.
Andrea, mi sorprende questa frase, che forse andrebbe chiarita meglio perché così com'è sembra ricalcare tanto lo stereotipo: bibliotecario *vs.* social, che fa pensare a:
biblioteche=ambienti vecchi, non amichevoli, popolati ovviamente da vecchie bibliotecarie ingrigite, e dove si deve fare silenzio: quindi antisocial per eccellenza, e sicuramente non cool,
In realtà non ho detto questo (ho scritto una frase sola), e il mio
pensiero era riferitoad un vecchio studio che feci nel 2009 sull'utilizzo di LTFL (libraything for libraries) da parte delle biblioteche statunitensi. LT è sempre stato molto interessato ai metadati, alla catalogazione, anche ai servizi bibliotecari. non lo vedo come un problema (figurarsi se posso avercela con qualcuno che ama i metadati) ma una constatazione. Anobii, nella mia persnale percezione, era veramente sentito come un sempli social network per parlare di libri, e i gruppi e le recensioni e i gruppi di lettura secondo me su Anobii hanno funzionato bene. Gli italiani si sono trovati ad essere la comunità più attiva, e anche questa è una constatazione. Non ho molte altre opinioni in merito... :-)
Il giorno 25 febbraio 2014 13:14, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
In realtà non ho detto questo (ho scritto una frase sola), e il mio pensiero era riferitoad un vecchio studio che feci nel 2009 sull'utilizzo di LTFL (libraything for libraries) da parte delle biblioteche statunitensi. LT è sempre stato molto interessato ai metadati, alla catalogazione, anche ai servizi bibliotecari. non lo vedo come un problema (figurarsi se posso avercela con qualcuno che ama i metadati) ma una constatazione. Anobii, nella mia persnale percezione, era veramente sentito come un sempli social network per parlare di libri, e i gruppi e le recensioni e i gruppi di lettura secondo me su Anobii hanno funzionato bene. Gli italiani si sono trovati ad essere la comunità più attiva, e anche questa è una constatazione. Non ho molte altre opinioni in merito... :-)
Non capisco: di sicuro vuoi dire che LibrayThing ha "anche" come target le biblioteche e invece Anobii no. E questo è un dato di fatto. Ma aggiungi anche una cosa che bisognerebbe dimostrare con dati di fatto: cioè che LT è meno social. Per dirlo bisognerebbe dimostraro facendo analisi comparartive di Anobii e LT su cose come: il numero di utenti, il numero di recensioni, conversazioni in corso ecc. Esiste questa comparazione? Poi aggiungi che Anobii è stato più usato in Italia. E anche questo è un dato di fatto. Ma l'impressione è che tu voglia far passare l'idea che sia stato ragionevole la preferenza accordata in Italia ad Anobii perché LT non è abbastabnza social. Mentre gli italiani sarebbero speciali: vorrebbero qualcosa di veramente social, senza target bibliotecari di mezzo. E sono capaci di distinguerlo. Così arriveresti alla conclusione abbastanza "sparata" che solo gli italiani sanno distinguere che cosa è veramente social e cosa no.
Indubbiamente nel tuo discorso c'è un certo numero di sovrapposizioni e passaggi che danno come risultato delle conclusioni opinabili: sulla "socialità" di Anobii rispetto a LT, sulle capacità di selezione degli utenti italiani, che da quello che scrivi sembra davvero che siano in grado di riconoscere (più degli utenti esteri, quindi) che cosa è veramente social e cosa non lo è, perlomeno non lo è in maniera altrettanto mirata ed efficace. Poi sembra davvero che tu pensi che in fin dei conti il target "bibliotecario" rischierebbe di "inquinare" la funzione sociale e sviarla. E questo sarebbe il vantaggio di Anobii: essersi tenuti lontani. Potrebbe anche essere un'idea, ma andrebbe dimostrata: è chiaro che per te il caso italiano lo dimostra = se gli utenti preferiscono una cosa è perché quella cosa è fatta meglio, più adatta allo scopo, il che però è un ragionamento basato su una logica mainstream (la massa vota e decide e il meglio starebbe lì) ma nell'era della frammentazione del pubblico in nicchie è un argomento che ha perso forza. Su questo quindi dissento per semplici ragioni di metodo.
Lo so che messe così dirai che non sono le cose che intendevi, ma sono tutti elementi impliciti del tuo discorso e suonano forzati perché basati non su dati, ma sulla tua predilezione personale di utente Anobii. Le predilezioni personali non si discutono, ma altra cosa è farne la base per ragionamenti comparativi e arrivare alle conclusioni. In conclusione: se vuoi celebrare Anobii per questioni personali, ognuno la penserà come gli pare, ma se lo vuoi dimostrare devi fare di più.
Pierfranco
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Ho risposto velocemente ad una mail "critica" di una risposta precedente ancora più veloce, quindi evidentemente non sono stato abbastanza chiaro. E' un'opinione e basta. L'analisi comparativa che chiedi non credo che esista e se esiste non l'ho letta. Non voglio dimostrare alcunchè, come ha evidenziato bene alla fine: ho solo espresso la mia opinione che per altro mi sono fatto 6 anni fa e non ho più aggiornato.
Andrea
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
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Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
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Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
1) quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di Librarry Thing a cui ti riferisci?
2) che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al servizio dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
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Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
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Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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mah nel dire che le review (peraltro presenti anche su Librarything) non siano un added ci andrei molto cauto.
Che poi ci sia chi da 3 su 5 (con una media di 4 e una moda di 5) alla Repubblica di Platone ci sta (sia che lo faccia perché effettivamente non lo ritiene un testo eccelso sia che lo faccia per protagonismo).
Senza le review io avrei comprato (preso in prestito se lo avesse una biblioteca nel raggio di 30 km) la traduzione italiana di the signal and the noise, un eccellente libro devastato nella traduzione italiana. BTW questo ci ricorda come frbrizzare va bene, ma cum iudicio. Le review ad esempio ha senso aggregarle al limite per espressione non di certo per opera (lo scrivevo in un post sul blog del 2008 ma mi pare un concetto ora da ribadire con forza)
Salvatore
Il giorno 25 febbraio 2014 11:46, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
- quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di
Librarry Thing a cui ti riferisci?
- che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al servizio
dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni
su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
*❰ *Vota per noi a CheFare!http://www.che-fare.com/progetti-approvati/open-culture-atlas/* ❱*
T. Tropico del Libro http://tropicodellibro.it | newsletterhttp://tropicodellibro.us2.list-manage.com/subscribe?u=81761deeb9f866695db4d9369&id=06c753ebbf| tweet http://twitter.com/tropicodellibro | posthttp://www.facebook.com/tropicodellibro | immagini http://pinterest.com/tropicodellibro/ | bibliografiahttp://www.anobii.com/tropicodellibro/books | video http://www.youtube.com/user/tropicodellibro | presentazionihttps://speakerdeck.com/tropicodellibro O. Open Culture Atlas http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/ | tweet https://twitter.com/opencultureat | post https://www.facebook.com/opencultureatlas https://speakerdeck.com/tropicodellibro
Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
http://www.anobii.com/dipasia/books
http://www.anobii.com/01593bc5cb0e1c103e/books
Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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Concordo cone te Salvatore che le recensioni degli utenti presenti sulle piattaforme di social reading possono essere utili e anche io ne leggo spesso, a volte anche per semplice curiosità di vedere come altri hanno recensito una cosa che conosco. Piuttosto io esprimevo due dubbi più specifici che spiego meglio:
1) se parliamo di lettura delle recensioni, nessun problema (e del resto ognuno legge le recensioni che gli pare, non è questo in discussione). Ma se parliamo di una cosa più specifica. cioè attività che mirano a prendere i records bibliografici prodotti dai catalogatori e integrarli fisicamente con altri elementi prodotti altrove, allora farei una gorossa differenza in termini funzionali: cioè per quanto riguarda il supporto alla ricerca, l'integrazione è utile per poter aiutare l'utente nell'uso del linguaggio naturale e nel caso specifico della ricerca per argomento, non nel caso della ricerca per elemento noto. Perché se cerco un libro di Umberto Eco, cerco per autore e/o titolo e quindi il record bibliografico basta così com'è. Ma nel caso della ricerca per argomento, va considerato che l'utente di oggi è abituato a fare ricerche su Google, e lo conosce fin da giovanissimo, molto prima di conoscere i cataloghi online delle biblioteche. Per cui l'utente di oggi quando arriva a un catalogo di biblioteca ha già un comportamento di ricerca formato e lo mette in atto anche se l'opac non è adatto a quella modalità di ricerca: cioè la ricerca per parole chiave e non per termini controllati (che solo il bibliotecari conosce, e questo è il limite). Tuttavia una cosa è fare ricerca per parola chiave usando un motore di ricerca Internet; un'altra cosa è fare la ricerca per parola chiave usando un opac. Una pagina web indicizzata da un motore di ricerca è ricca di termini, per cui si presta a una ricerca per parola chiave. Invece il record bibliografico non si presta altrettanto bene innanzitutto perché è un "testo" molto breve, anche eprché nella maggior parte dei casi privo di indici e sommari. I bibliotecari non hanno tempo di arricchire il record, e del resto se si pensa che già così com'è la catalogazione è stata spesso attaccata nell'ultimo decennio come un lavoro tropo costoso per i benefici che dà, si può dire che i bibliotecari fanno già molto. Allora la soluzione appare da tempo quella di arricchire il record facendolo diventare più simile a un "testo" che si presti alla ricerca per parola chiave e più il testo è lungo, maggiori sono le possiiblità che contenga una delle parole chiave usate anche dall'utente per formulare la sua ricerca e con cui quindi si realizzerà un match. L'integrazione "fisica" dei records tramite la banca dati SyndeticsICE risponde a questa esigenza: facilitare la ricerca per parola chiave con aggiunte significative: TOCs e abstract.
2) l'altro dubbio che mi ispira nella critica alla funzione specifica di LibraryThing for Libarries riguarda il fatto che si tratta di una funzione a pagamento e questo (ma non solo, ovviamente) porta a chiedersi se ci sia un rapporto sensato tra costi e benefici.
Ma un conto è parlare di strumenti per aiutare la ricerca, un altro conto è parlare di strmenti per aiutare ad analizzare e quindi selezionare le pubblicazioni. La lettura delle recensioni può essere utile in questa seconda fase. Tuttavia anche qui esprimo un dubbio molto più generale: quando noi, che di fatto siamo utenti esperti, acculturati ed è inutile fare finta di non esserlo, giudichiamo tutte queste cose, lo facciamo da punti di vista che non sono affatto quelli del digital native ignorante (la definione digital native inventata da Prensky è tutta da riscrivere come molti ci ricordano da un po' e da abbandonare nel senso che gli dava lui di svolta antroopologica nel modo di pensare: vedi per es. Casati, ma non solo lui). I docenti di scuola media e media superiore sanno bene che cosa sono realmente i cosiddetti "digitial native", ma già ricerche svolte nelle università americane intorno al 2007 lo avevano detto. Insomma: un conto è dire a una persona che non ha ancora strumenti culturali di buttarsi a capofitto senza strumenti di valutazione nel mare di recensioni su Internet. Tutta un'altra cosa è se li legge e giudica una persona già dotata di robusti strumenti di valutazione. Queste distinzioni NON sono generazionali come Prensky e i suoi seguaci vorrebbero far credere, ma sono distinzioni tutt'ora valide e fondate sulla differenze legate al bagaglio culturale e agli strumenti critic. Una bella differenza. Quindi per me è molto relativo parlare dell'utilità delle recensioni sui social networks scritte dal signor chiunque: l'utilità è tutta commisurata al possesso di strumenti critici.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 12:42, Salvatore Vassallo < vassallosalvatore@gmail.com> ha scritto:
mah nel dire che le review (peraltro presenti anche su Librarything) non siano un added ci andrei molto cauto.
Che poi ci sia chi da 3 su 5 (con una media di 4 e una moda di 5) alla Repubblica di Platone ci sta (sia che lo faccia perché effettivamente non lo ritiene un testo eccelso sia che lo faccia per protagonismo).
Senza le review io avrei comprato (preso in prestito se lo avesse una biblioteca nel raggio di 30 km) la traduzione italiana di the signal and the noise, un eccellente libro devastato nella traduzione italiana. BTW questo ci ricorda come frbrizzare va bene, ma cum iudicio. Le review ad esempio ha senso aggregarle al limite per espressione non di certo per opera (lo scrivevo in un post sul blog del 2008 ma mi pare un concetto ora da ribadire con forza)
Salvatore
Il giorno 25 febbraio 2014 11:46, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
- quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di
Librarry Thing a cui ti riferisci?
- che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al
servizio dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni
su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
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T. Tropico del Libro http://tropicodellibro.it | newsletterhttp://tropicodellibro.us2.list-manage.com/subscribe?u=81761deeb9f866695db4d9369&id=06c753ebbf| tweet http://twitter.com/tropicodellibro | posthttp://www.facebook.com/tropicodellibro | immagini http://pinterest.com/tropicodellibro/ | bibliografiahttp://www.anobii.com/tropicodellibro/books | video http://www.youtube.com/user/tropicodellibro | presentazionihttps://speakerdeck.com/tropicodellibro O. Open Culture Atlas http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/ | tweet https://twitter.com/opencultureat | post https://www.facebook.com/opencultureatlas https://speakerdeck.com/tropicodellibro
Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni <zanni.andrea84@gmail.com
ha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
http://www.anobii.com/dipasia/books
http://www.anobii.com/01593bc5cb0e1c103e/books
Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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Il giorno 25 febbraio 2014 13:08, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
(la definione digital native inventata da Prensky è tutta da riscrivere come molti ci ricordano da un po' e da abbandonare nel senso che gli dava lui di svolta antroopologica nel modo di pensare: vedi per es. Casati, ma non solo lui).
Questo è estremamente interessante, meriterebbe un approfondimento a parte. Condivido. Mi ha riportato alla mente questo http://coding2learn.org/blog/2013/07/29/kids-cant-use-computers/
Di critiche al concetto di "nativi digitali" se ne trovano ormai parecchie, anche in Italia. Oltre al libro di Casati ci sono per es.: 1) questa ricerca della Università Bicocca: "Per favore, non chiamateli nativi digitali": http://www.agendadigitale.eu/competenze-digitali/550_per-favore-non-chiamate... 2) questo articolo di Alessandro D'Avenia per "La Stampa" del 18 dicembre 2013: "Il mito dei nativi digitali": http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=2BT8EJ&nu...
Come dice Casati, "nativi digitali" non ha alcuna base empirica, quindi non è scienza, semmai è una "narrazione": un modo per descriversi che compiace alcuni ed è strumentale a una vasta area di business. E si è diffusa tantissimo: anche nella scuola italiana (vedi lavagna elettornica, libri di testo elettronici): tutto in nome dell'idea (indimostrata) che il ragazzo di oggi ha una mente diversa e quindi ha bisogno di una scuola diversa, altrimenti si annoierebbe (idee riprese pari pari da Prensky che di mestiere faceva l'ideatore di videogiochi e quindi era di sicuro tra coloro che si annoiano se non hanno uno schermo davanti pieno di impulsi). Ora la comunità degli insegnanti è tra le più attive nel criticare tutto questo. E lo si è visto anche nelle numerose recensioni sa Casati apparse sul magazine online Doppio Zero: erano tutte di insegnanti.
Per quanto riguarda i bibliotecari io li dividerei in due gruppi: chi si interessa all'information literacy queste cose le ha sempre sapute. Ma non mi sembra lo si possa dire di tutti. Anche nelle biblioteche il concetto di "nativi digitali" ha avuto grossa diffusione e fortuna, e ora che si sta diffondendo la critica non si vedono sempre le conseguenze che questa consapevolezza dovrebbe portare al livello dei servizi. Perché è chiaro che se i "nativi digitali" sono piuttosto "barbari" digitali, ne consegue che i servizi bibliotecari non devono più essere pensati come si è fatto spesso finora per "assecondare", attirare, accontentare tali predisposizioni (a cosa?) ma semmai è vero tutto il contrario. Ma soprattutto: ve lo immaginate parlare di utenti usando il termine "barbari", "barbarians"? Chi lo ha fatto in Italia è stato Alberto Salarelli nell'articolo "Baricco, i barbari e la biblioteca pubblica" su JLIS del 2011: http://leo.cilea.it/index.php/jlis/article/view/4600/4474che doveva molto al libro di Edward DʼAngelo, "Barbarians at the Gates Of the Public Library : How Postmodern Consumer Capitalism Threatens Democracy, Civil Education and the Public Good". Duluth Minn. Library Juice Press, 2006. Libro decisamente in anticipo sui tempi. Ma resta molto raro. Non di rado il bibliotecario è in una posizione ambigua rispetto a tutto questo perché da tempo ha sposato una visione positivista ed entisiasta della tecnologia come forza che consente l'emancipazione. Fa parte anche questo della retorica di Internet, alla pari di "nativi digitali". Come faranno le biblioteche a tralasciare del tutto tale retorica senza ovviamente cadere in una critica conservatrice?
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 14:45, Salvatore Vassallo < vassallosalvatore@gmail.com> ha scritto:
Il giorno 25 febbraio 2014 13:08, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
(la definione digital native inventata da Prensky è tutta da riscrivere come molti ci ricordano da un po' e da abbandonare nel senso che gli dava lui di svolta antroopologica nel modo di pensare: vedi per es. Casati, ma non solo lui).
Questo è estremamente interessante, meriterebbe un approfondimento a parte. Condivido. Mi ha riportato alla mente questo http://coding2learn.org/blog/2013/07/29/kids-cant-use-computers/
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Giusto, c'è bisogno che dica perché mi faccio queste domande.
Prima il motivo per cui mi trovo qui. Amo una certa idea di biblioteca che non ho mai trovato espressa in nessuno dei posti in cui mi sono trovata a vivere. Ho poi riscontrato la percezione forte di questa assenza in molti lettori di Tropico del Libro con cui ho avuto modo di interagire. Voorei la democrazia partecipativa, anche in biblioteca. Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune (non strillato, ma reale), ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, come fosse un'associazione. I cittadini dovrebbero poter co-progettare la propria biblioteca insieme ai bibliotecari, a partire naturalmente da alcune linee guida, concertate a livello regionale e coordinata a livello nazionale da bibliotecari competenti scelti tra quelli che hanno ottenuto più risultati in termini di coinvolgimento alla lettura dei cittadini (sia attraverso teorizzazioni che azioni).
Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene.
Per lavorare in tal senso, come Open Culture Atlas abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra, Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Per non annoiare gli altri rimando chi vuole approfondire al linkhttp://tropicodellibro.it/notizie/social-book-come-nasce-una-biblioteca-diffusa/.
Dopo l'entusiasmo iniziale, studiando l'idea (di Giancarlo Briguglia), abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un *effetto* desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- di riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di attenzione dei possibili utenti.
Perdotate l'approssimazione, ma è tanto per cominciare a capirci. Ancora molto studio su questo deve essere fatto, e di sicuro noi non abbiamo tutte le competenze e le energie per sviluppare questa cosa da soli.
Oltre allo studio più nel dettaglio dei social network a là LT*, per capire anche le potenzialità di espansione che hanno nell'ambito che vorremmo coprire con Social Book, voglio anche iniziare a capire a che punto è la progettazione condivisa Wikimedia/OSM-biblioteche, perché non vorremmo che Atlas si sovrapponesse, ma al contrario diventasse pian piano partner di questi progetti collettivi con cui condivide ben più che una cartografia. Ancora però devo trovare il tempo per capire come.
f
* Mi interesso a quei servizi di LibraryThing (Pierfranco sai che costa molto?) con il solo obiettivo dello studio dello stato dell'arte. Sarebbe interessante sapere quante biblioteche all'estero usano quel servizio a pagamento di LT, e andare a controllare nei rispettivi siti se funziona bene.
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Il giorno 25 febbraio 2014 11:46, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
- quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di
Librarry Thing a cui ti riferisci?
- che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al servizio
dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni
su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
*❰ *Vota per noi a CheFare!http://www.che-fare.com/progetti-approvati/open-culture-atlas/* ❱*
T. Tropico del Libro http://tropicodellibro.it | newsletterhttp://tropicodellibro.us2.list-manage.com/subscribe?u=81761deeb9f866695db4d9369&id=06c753ebbf| tweet http://twitter.com/tropicodellibro | posthttp://www.facebook.com/tropicodellibro | immagini http://pinterest.com/tropicodellibro/ | bibliografiahttp://www.anobii.com/tropicodellibro/books | video http://www.youtube.com/user/tropicodellibro | presentazionihttps://speakerdeck.com/tropicodellibro O. Open Culture Atlas http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/ | tweet https://twitter.com/opencultureat | post https://www.facebook.com/opencultureatlas https://speakerdeck.com/tropicodellibro
Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
http://www.anobii.com/dipasia/books
http://www.anobii.com/01593bc5cb0e1c103e/books
Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
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Ciao Tropico del Libro (non mi ricordo il tuo nome)
mi pare che le tue proposte siano interessanti soprattutto perché esprimono una esigenza sentita. Credo anche con il livello di semplicità e pervasività che le tecnologie social hanno raggiunto non dovrebbe essere difficile riuscire ad avere qualche risultato accettabile.
Sono curiosa di quello cui state pensando; facci sapere via via.
Ciao Susanna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 25 febbraio 2014 15:40, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Giusto, c'è bisogno che dica perché mi faccio queste domande.
Prima il motivo per cui mi trovo qui. Amo una certa idea di biblioteca che non ho mai trovato espressa in nessuno dei posti in cui mi sono trovata a vivere. Ho poi riscontrato la percezione forte di questa assenza in molti lettori di Tropico del Libro con cui ho avuto modo di interagire. Voorei la democrazia partecipativa, anche in biblioteca. Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune (non strillato, ma reale), ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, come fosse un'associazione. I cittadini dovrebbero poter co-progettare la propria biblioteca insieme ai bibliotecari, a partire naturalmente da alcune linee guida, concertate a livello regionale e coordinata a livello nazionale da bibliotecari competenti scelti tra quelli che hanno ottenuto più risultati in termini di coinvolgimento alla lettura dei cittadini (sia attraverso teorizzazioni che azioni).
Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene.
Per lavorare in tal senso, come Open Culture Atlas abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra, Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Per non annoiare gli altri rimando chi vuole approfondire al linkhttp://tropicodellibro.it/notizie/social-book-come-nasce-una-biblioteca-diffusa/.
Dopo l'entusiasmo iniziale, studiando l'idea (di Giancarlo Briguglia), abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un *effetto* desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- di riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di attenzione dei possibili utenti.
Perdotate l'approssimazione, ma è tanto per cominciare a capirci. Ancora molto studio su questo deve essere fatto, e di sicuro noi non abbiamo tutte le competenze e le energie per sviluppare questa cosa da soli.
Oltre allo studio più nel dettaglio dei social network a là LT*, per capire anche le potenzialità di espansione che hanno nell'ambito che vorremmo coprire con Social Book, voglio anche iniziare a capire a che punto è la progettazione condivisa Wikimedia/OSM-biblioteche, perché non vorremmo che Atlas si sovrapponesse, ma al contrario diventasse pian piano partner di questi progetti collettivi con cui condivide ben più che una cartografia. Ancora però devo trovare il tempo per capire come.
f
- Mi interesso a quei servizi di LibraryThing (Pierfranco sai che costa
molto?) con il solo obiettivo dello studio dello stato dell'arte. Sarebbe interessante sapere quante biblioteche all'estero usano quel servizio a pagamento di LT, e andare a controllare nei rispettivi siti se funziona bene.
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
*❰ *Vota per noi a CheFare!http://www.che-fare.com/progetti-approvati/open-culture-atlas/* ❱*
T. Tropico del Libro http://tropicodellibro.it | newsletterhttp://tropicodellibro.us2.list-manage.com/subscribe?u=81761deeb9f866695db4d9369&id=06c753ebbf| tweet http://twitter.com/tropicodellibro | posthttp://www.facebook.com/tropicodellibro | immagini http://pinterest.com/tropicodellibro/ | bibliografiahttp://www.anobii.com/tropicodellibro/books | video http://www.youtube.com/user/tropicodellibro | presentazionihttps://speakerdeck.com/tropicodellibro O. Open Culture Atlas http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/ | tweet https://twitter.com/opencultureat | post https://www.facebook.com/opencultureatlas https://speakerdeck.com/tropicodellibro
Il giorno 25 febbraio 2014 11:46, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
- quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di
Librarry Thing a cui ti riferisci?
- che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al
servizio dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni
su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
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Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni <zanni.andrea84@gmail.com
ha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
http://www.anobii.com/015de6d545cf43422d/books
http://www.anobii.com/dipasia/books
http://www.anobii.com/01593bc5cb0e1c103e/books
Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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Forse dovrei cambiare l'email in una personale, ma come si fa? Ciao Susanna, sono Francesca Santarelli:)
Terrò aggiornata la lista sì, e vi cerco aggiornamento io stessa. Aspetto di vedere che mi risponderà Pierfranco e gli altri:)
Francesca
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Il giorno 25 febbraio 2014 17:09, giaccai@gmail.com ha scritto:
Ciao Tropico del Libro (non mi ricordo il tuo nome)
mi pare che le tue proposte siano interessanti soprattutto perché esprimono una esigenza sentita. Credo anche con il livello di semplicità e pervasività che le tecnologie social hanno raggiunto non dovrebbe essere difficile riuscire ad avere qualche risultato accettabile.
Sono curiosa di quello cui state pensando; facci sapere via via.
Ciao Susanna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 25 febbraio 2014 15:40, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Giusto, c'è bisogno che dica perché mi faccio queste domande.
Prima il motivo per cui mi trovo qui. Amo una certa idea di biblioteca che non ho mai trovato espressa in nessuno dei posti in cui mi sono trovata a vivere. Ho poi riscontrato la percezione forte di questa assenza in molti lettori di Tropico del Libro con cui ho avuto modo di interagire. Voorei la democrazia partecipativa, anche in biblioteca. Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune (non strillato, ma reale), ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, come fosse un'associazione. I cittadini dovrebbero poter co-progettare la propria biblioteca insieme ai bibliotecari, a partire naturalmente da alcune linee guida, concertate a livello regionale e coordinata a livello nazionale da bibliotecari competenti scelti tra quelli che hanno ottenuto più risultati in termini di coinvolgimento alla lettura dei cittadini (sia attraverso teorizzazioni che azioni).
Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene.
Per lavorare in tal senso, come Open Culture Atlas abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra, Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Per non annoiare gli altri rimando chi vuole approfondire al linkhttp://tropicodellibro.it/notizie/social-book-come-nasce-una-biblioteca-diffusa/.
Dopo l'entusiasmo iniziale, studiando l'idea (di Giancarlo Briguglia), abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un *effetto* desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- di riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di attenzione dei possibili utenti.
Perdotate l'approssimazione, ma è tanto per cominciare a capirci. Ancora molto studio su questo deve essere fatto, e di sicuro noi non abbiamo tutte le competenze e le energie per sviluppare questa cosa da soli.
Oltre allo studio più nel dettaglio dei social network a là LT*, per capire anche le potenzialità di espansione che hanno nell'ambito che vorremmo coprire con Social Book, voglio anche iniziare a capire a che punto è la progettazione condivisa Wikimedia/OSM-biblioteche, perché non vorremmo che Atlas si sovrapponesse, ma al contrario diventasse pian piano partner di questi progetti collettivi con cui condivide ben più che una cartografia. Ancora però devo trovare il tempo per capire come.
f
- Mi interesso a quei servizi di LibraryThing (Pierfranco sai che costa
molto?) con il solo obiettivo dello studio dello stato dell'arte. Sarebbe interessante sapere quante biblioteche all'estero usano quel servizio a pagamento di LT, e andare a controllare nei rispettivi siti se funziona bene.
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Il giorno 25 febbraio 2014 11:46, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Francesca,
ti riferisci in effetti a una funzione che offre solo LibraryThing ed è a pagamento. Perché in Italia non è usata? Semplice: perché la base dati di LibraryThing è piena soprattutto di termini inglesi a vausa del fatto che è usata soprattutto da persone di lingua inglese. Quindi non avrebbe senso arricchire un opac italiano con quelle funzioni. Oltre allo scoglio linguistico, dal punto di vista degli strumenti di ricerca che cosa dà l'integrazione di Library Thing? Il tag dell'utente, quello che si intendeva coin il termine folksonomy: un termine impreciso, soggettivo, ridondante, incorente. Non è una gran cosa.
Ma a parte queste considerazioni, se vogliamo porci il problema di arricchire il record del catalogo PER AIUTARE L'UTENTE, esistono altre modalità per arricchire il record degli opac, molto più efficaci.
Per esempio esiste da tempo un servizio professionale per arricchire il record, come è il caso di Syndetics: banca dati di indiic, sommari e copertine. Nell'ultima versione, SyndeticsICE, se combinata con un Discovery tool come Primo o Summon qui materiali arricchiscono fisicamente il record con indici e abstract.
Poi ricordiamoci che negli Stati Uniti i catalogatori nelle biblioteche pubbliche fanno un utilissimo lavoro di "soggettazione" della narrativa. Risponde a questo tipo di richieste dei lettori: per es. voglio un romanzo ambientato in un certto luogo o che tratta una certa cosa. Nei cataloghi questi "soggetti" (chiamiamoli così) sono anche navigabili. È un lavoro che fanno i bibliotecari e ha il vantaggio della coerenza dei termini controllati. Purtroppo in Italia se ne è parlato un poco, ma non si fa (se vuoi c'è una persona che se ne intende e puoi approfondire). Ma questo è per dire: a ognuno il suo lavoro, altrimenti a che cosa servono i bibliotecari? Questione da non sottovalutare: la professionalità è da buttare o hè ancora utile? Se l'utente generico si sostituisce, che benefici concreti ne abbiamo? In conclusione: che cosa ti proponi Francesca nella tua ricerca? Trovare esempi di "vetrine" per le attività degli utenti o trovare esempi di benefici reali (che però magari non sono "realizzati" dagli utenti?) Le domande da farsi sono:
- quale è il beneficio reale, dimostrabile, di quella funzione di
Librarry Thing a cui ti riferisci?
- che obiettivo ci diamo? vogliamo mettere la professionalità al
servizio dell'utente per aiutarlo davvero oppure vogliamo aiutare l'utente a sfogare la sua voglia di protagonismo anche nel catalogo, ma senza produrre benefici reali per la comunità, solo consentire quello strano appagamento individuale che darebbe il fatto di poter fare cose come (su Anobii) assegnare un voto basso alla Repubblica di Platone e così il lettore soddisfa il ego? Sono questioni a cui vale la pena pensare molto seriamente.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 11:04, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ma quello a cui mi riferisco non è la possibilità di caricare collezioni
su un sito esterno, ma i servizi dedicati alle biblioteche (che non mi risulta GoodReads abbia), come il servizio di integrazione (lo chiamano "enhancement") dell'opac delle biblioteche. Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta). Maggiori informazioni qui: http://www.librarything.com/forlibraries/handout/LTFL_NELA13.pdf
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Il giorno 24 febbraio 2014 23:11, Andrea Zanni < zanni.andrea84@gmail.com> ha scritto:
Uno dei motivi storici è che LT era (è) a pagamento sopra i 200 libri. E poi era molto più "bibliotecaria" e meno social. Credo che adesso Goodreads mangi in testa ad entrambi.
andrea
2014-02-24 18:15 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Stando a Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/LibraryThingl%27Universit%C3%A0 Ca' Foscari avrebbe a inserito il posseduto delle proprie
biblioteche in LibrayThing.
Ma apparentemente solo una biblioteca di Ca' Foscari è "member" di LibrayThing come si vede da questa query: http://www.librarything.com/search.php?search=University+of+Venice&searc...
Vedi il catalogo della biblioteca inserito qui su LibrayThing: http://www.librarything.com/catalog/LanguageSciencesLIB E la pagina del profilo della biblioteca qui: http://www.librarything.com/profile/LanguageSciencesLIB
Sembra però che le biblioteche che fanno capo a Lingue abbiano inserito libri anche su Anobii: non è chiaro il motivo del doppio inserimento. (mia ipotesi: forse hanno scoperto che in Italia Anobii è molto, molto più popolare di LibrayThing per ragioni che non ho mai capito. Non so se c'è stato un ritardo di localizzazione italiana per LibraryThing che spieghrebbe la maggior popolarità di Anobii. A me LibraryThing, che molto, molto più usata in USA, è sempre parsa più raffinata sotto diversi punti di vista. Famoso l'attacco di fine 2012 della filosofa Nicla Vassallo ad Anobii dalle pagine de Il Venerdì di Repubblica. Causa il tono usato e l'analisi semplicistica è stata oggetto di molte battute come si legge qui: http://foglianuova.wordpress.com/2012/12/08/nicla-vassallo-alla-larga-dagli-...
Comunque qui la pagina delle biblioteche di Lingue di Ca' Foscari con qualche spiegazione: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=147837
E qui i rispettivi cataloghi su Anobii: http://www.anobii.com/015d3857ffd3fb1bed/books
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http://www.anobii.com/dipasia/books
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Pierfranco
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
> Ciao, che sappiate i prodotti > https://www.librarything.com/forlibraries li usa qualche biblioteca > in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)? > > Francesca > > _______________________________________________ > Bibliotecari mailing list > Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it > Configurazione utente: > http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari >
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Ciao,
Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra
l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta).
in Italia diversi sistemi bibliotecari che usano DiscoveryNGhttp://www.comperio.it/soluzioni/discoveryng/panoramica/hanno "il grado zero" del social-opac già da alcuni anni. Qui puoi leggerehttp://camphortree.altervista.org/2013/09/04/la-biblioteche-civiche-di-torino/ un utente delle Civiche di Torino spiega cosa fa con il portale (sò soddisfazioni :P).
Non si "aggancia" ad alcun servizio esterno, nè offre API per catturare i dati. Ma se interessa, ho aggregato qui il feed RSS di tutte le recensioni fatte sui portali che usano DiscoveryNG http://pipes.yahoo.com/pipes/pipe.info?_id=598d30f45a2f0d45b479d007997d7a47
Ciao Giulio
Hai fatto bene Giulio a rimandare alla "recensione" di un utente fatta sul suo bloghttp://camphortree.altervista.org/2013/09/04/la-biblioteche-civiche-di-torino/: perché davvero è cosa rara trovarla (o forse: unica?).
Utile perché mette in luce almeno 2 aspetti importanti: la facilità d'uso dell'interfaccia e la possiiblità di inviare richieste (d'acquisto) che vengono vagliate e realizzate: quindi la piattaforma come strumento anche di comunicazione, che funziona a patto che dall'altra aprte ci sia qualcuno che esamina e risponde. Qui c'è un utente credo un po' eccezionale: ha capito i punti di forza di un sistema e come usarli e ne è soddisfatta (spesso molti utenti capiscono una parte molto limitata delle funzioni). Importante: li ha capiti da sola, eprché non mi risulta che i bibliotecair facciano corsi per spiegarli. Queste due cose a mio parere sono molto più importanti di altre che le piattaforme social hanno enfatizzato: dai tag ai comenti. Infatti è ovvio che solo una istituzione reale come una biblioteca può accontentare un utente ricevendo la sua richiesta di acquisto, mentre nessuna piattaforma solo virtuale lo farà mai: su quelle piattagorme ti ascoltano solo i tuoi pari, quando succede, ma nessuno che ti dia un servizio reale.
Sottolineo tutto questo perché ormai sono quasi 10 anni dal battesimo del Web 2.0 e sarebbe utile scremare: diche che cosa è importante e che cosa no. Perché per es. non sono d'accordo con i link ai più prestati ecc. Perché? Semplice: perché non fa che riprodurre e sostenere una mentalitù mainstream. Alla faccia del sostegno alla bibliodiversità che dovrebbero dare le biblioteche. Infatti cliccando sui più prestati http://bct.comperio.it/shelf/view/predefined:most_loaned/lst?facets-biblevel... ottieni un listone in cui compaiono molti bestseller dei soliti pochi editori e dei soliti pochi autori. E questo non è bibliodiversità. Ma la biblioteca deve sostenere la bibliodiversità. C'è per esempio una ricerca di Paola Dubini svolta nelle biblioteche pubbliche lombarde che ne parla. Allora? L'utente di quella recensione apprezza anche il listone dei più questo e più quello. Infatti è questo il punto vero: se fai ciò che chiede l'utente rischi di ripropdurre cultura mainstream. Perché non è vero che l'utente esprime sempre individualità e ciò sia positivo. Non è così. Non è così. Allora, proprio perché Internet permette anche alle nicchia di affacciarsi ed esprimersi, un servizio pubblico non deve appoggiare la cultura mainstream. Per la lista dei bestsellers ci sono già le liste dei libri più venduti nei supplementi culturali dei quotidiani. Una biblioteca non deve replicarla. E se ritiene comunque opportuno mettere a disposizione i dati sui libri "più questo" e "più quello", allora deve dare spazio anche ad altro. Ma in questo caso non succede.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 15:32, Giulio Bonanome gbonanome@gmail.com ha scritto:
Ciao,
Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra
l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta).
in Italia diversi sistemi bibliotecari che usano DiscoveryNGhttp://www.comperio.it/soluzioni/discoveryng/panoramica/hanno "il grado zero" del social-opac già da alcuni anni. Qui puoi leggerehttp://camphortree.altervista.org/2013/09/04/la-biblioteche-civiche-di-torino/ un utente delle Civiche di Torino spiega cosa fa con il portale (sò soddisfazioni :P).
Non si "aggancia" ad alcun servizio esterno, nè offre API per catturare i dati. Ma se interessa, ho aggregato qui il feed RSS di tutte le recensioni fatte sui portali che usano DiscoveryNG http://pipes.yahoo.com/pipes/pipe.info?_id=598d30f45a2f0d45b479d007997d7a47
Ciao Giulio
Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
davvero è cosa rara trovarla (o forse: unica?)
A quanto ne so unica :) Probabilmente perchè la percezione degli utenti non è di usare un "software" ma semplicemente avere a che fare con il sito delle biblioteche.
Allora? L'utente di quella recensione apprezza anche il listone dei più
questo e più quello. Infatti è questo il punto vero: se fai ciò che chiede l'utente rischi di ripropdurre cultura mainstream. Perché non è vero che l'utente esprime sempre individualità e ciò sia positivo. Non è così.
Il problema principale dei portali che usano DiscoveryNG è che nei sistemi bibliotecari che li usano non si è mai radicata la figura del community manager. Ovvero, fornire un "social-opac" non offre alcun vantaggio in sè, finchè qualcuno non ne sfrutta le caratteristiche (come ad esempio promuovere bibliografie che arrivano proprio dalla communityhttp://opac.provincia.brescia.it/consigli-e-percorsi-di-lettura/ ).
Ciao Giulio
Il giorno 25 febbraio 2014 16:21, Giulio Bonanome gbonanome@gmail.com ha scritto:
davvero è cosa rara trovarla (o forse: unica?)
A quanto ne so unica :) Probabilmente perchè la percezione degli utenti non è di usare un "software" ma semplicemente avere a che fare con il sito delle biblioteche.
Sicuramente: questo problema di percezione forse è anche dovuto ad assenza di iniziative dei bibliotecair che spieghino la cosa.
Allora? L'utente di quella recensione apprezza anche il listone dei più
questo e più quello. Infatti è questo il punto vero: se fai ciò che chiede l'utente rischi di ripropdurre cultura mainstream. Perché non è vero che l'utente esprime sempre individualità e ciò sia positivo. Non è così.
Il problema principale dei portali che usano DiscoveryNG è che nei sistemi bibliotecari che li usano non si è mai radicata la figura del community manager. Ovvero, fornire un "social-opac" non offre alcun vantaggio in sè, finchè qualcuno non ne sfrutta le caratteristiche (come ad esempio promuovere bibliografie che arrivano proprio dalla communityhttp://opac.provincia.brescia.it/consigli-e-percorsi-di-lettura/ ).
Ecco: questo è un punto importante: che vuole dire: se nelle biblioteche non cambia la figura del bibliotecario, non si inserisce un nuovo ruolo che sviluppa le potenzialità dei prodotti, si creerà poco di nuovo. Tanto è vero che nel caso dell'opac torinese i "Consigliati" non li vedo.
Pierfranco
Ciao Giulio
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Buongiorno,
vista la provenienza eterogenea degli iscritti a questa lista (io ad esempio a volte mi perdo nei thread in cui ci si addentra troppo nella intricata selva dei tecnicismi wikipediani), vorrei sottolineare quanto detto da Pierfranco a proposito della differenza tra software e servizi reali.
Una cosa è l'amichevolezza e la facilità d'uso dell'interfaccia (e molti cataloghi in linea lo sono ancora troppo poco), tutt'altra cosa sono i servizi che stanno sotto quella interfaccia. Varrebbe la pena ribadire il fatto che tanti ILS danno già da tempo la possibilità all'utente di gestire aree personali, di effettuare prenotazioni, di proporre desiderata Il fatto che alcune di queste possibilità vengano "oscurate" di proposito da chi gestisce quei sistemi è dovuto spesso alla conclamata impossibilità di far rispettare quei servizi (nulla di peggio che mettere su una piattaforma bottoni o form che creano false aspettative nell'utenza).
Quindi occorre distinguere quello che il sw consente di fare (e spesso è molto di più di quello che si vede nei corrispondenti cataloghi in linea), con i servizi reali adottati dalle singole biblioteche.
Banale, ma ho notato un po' di confusione su questo punto.
Infine, detto en passant, concordo anche con la sacrosanta puntualizzazione di Giovanna a proposito della richiesta di "intervento statale"
Ciao
Nicola
Ma davvero si può arrivare ad auspicare un intervento "statale" nel senso di una centralizzazione che metta fine alla frammentazione dei sistemi scelti liberamente dalle biblioteche e che impedisca sia la libera scelta sia il pluralismo del mercato software per biblioteca? E possiamo credere che tutto ciò sarebbe un beneficio per gli utenti?
Mi pare una tale aberrazione che non ci sarebbe neanche bisogno di commentarla per infinite ragioni. Ma visto che esce fuori e prima che Francesca vada alle Stelline anche solo a ipotizzare una cosa che sembra uscire fuori da questa discussione, qualcosa vorrei dirla. Ma non sono assolutamente sicuro di riuscire a dire tutto quello che c'è da dire in merito, sia sotto il profilo della semplice idea, sia sotto il profilo degli effetti concreti che avrebbe.
1. innanzitutto comincerei con il dire una cosa che sappiamo tutti, ma evidentemente non è scontata, va ribadita: Internet è una rete distribuita, non centralizzata. È il risultato di libera iniziativa, di un'aggregazione molto lasca garantita inizialmente solo da un protocollo comune e un linguaggio di formattazione non brevettato e che quindi tutti hanno potuto usare liberamente. Poi si sono aggiunti standard, raccomandazioni, ecc ecc. Ma NON è una rete centralizzata, quindi è come una strada su cui vengono aperti dei negozi: tutto possono aprire il loro negozio (o bar, o circolo, o casa, o come volete chiamarlo) perché è uno spazio virtuale senza i limiti di uno spazio reale. Internet per come lo conosciamo presuppone (e questo va capito fino in fondo): 1) un modello economico improntato alla libera iniziativa e pertanto alla concorrenza: quindi un modello tipicamente occidentale e di tradizione liberistica. Piaccia o no, questo è lo spirito di Internet. 2) presuppone un utente che fa quello che vuole, va dove vuole, deposita file, commenti, apre un blog, compra: tutto questo lo fa dove gli pare. Questo significa che c'è concorrenza per accaparrarsi gli utenti dello spazio virtuale e che qui concorrenza significa catturare questo utente liberissimo: molto più difficile della concorrenza tra negozi del quartiere. 3) Internet presuppone quindi anche un modello sociale e politico: anche qui di massimo liberalismo, cosa che comporta anche degli estremi e quindi problemi di vario genere.
Qualsiasi idea che miri a sostituire a questo pluralismo anarchico una centralizzazione finisce per andare verso qualcosa che NON è Internet, ma un'altra cosa. Per es. un Internet alla cinese. Altra cosa è parlare del fatto che tutto questo ha determinato la nascita di problemi nuovi non previsti e quindi la necessità di pensarci sopra e trovare delle soluzioni. Il punto è se si vuole andare verso un modello che è l'opposto di Internet, se ci sono le condizioni pratiche per farlo, e se porterebbe dei reali benefici.
2. Problema: quando pensiamo (se lo pensiamo) che dovrebbe esistere un software e portale Internet "statale" per le biblioteche, pensiamo anche che tutto questo debba comunque senza se e senza ma sottostare alle stesse condizioni che valgono per il resto di Internet? quindi lo pensiamo come un portale che non sostituirà altri, che sarà in concorrenza con altri e che dovrà riuscire ad attirare un utente libero di fare ciò che vuole? oppure vogliamo usare "statale" anche nel senso di catena gerarchica e quindi di iniziativa top down che elimini qualsiasi altra realtà per sostituire alla rete distribuita un unico grande contenitore, almeno per le biblioteche italiane? Rispetto a questa idea valgono le obiezioni di carattere amministrativo ricordate da Giovanna. Ma non solo: ci sono altre obiezioni: come si può pensare che togliere libera iniziativa alle biblioteche sia positivo? E come si può pensare che sia positivo eliminare il pluralismo del mercato del software per biblioteche, che è garanzia di concorrenza e quindi anche di quella competizione positiva che porta qualità e competizione nei prezzi e nei servizi? Non voler considerare questo a me pare un'aberrazione, una negazione dei vantaggi della competizione. Pluralismo e competizione sono positivi. È già stato fatto un tentativo per eliminarli: si chiamava Unione Sovietica. È fallita. Infine persino la storia di SBN ha sempre fatto spazio al pluralismo perché è sempre stato concepito come una rete che non imponeva un software unico. E questo vale ancora di più per SBN2. E come si fa allora a mettere in discussione tutto questo?
3. Software open source di stato diretto alle biblioteche. Siamo sicuri che sia una cosa compatibile con un sistema basato sulla libera concorrenza? Venga cioè concepito come un prodotto non imposto a nessuno, ma che entra in concorrenza con altri e che la sua realizzazione sia sostenibile e realmente concorrenziale (e non comporti sborsi enormi per le casse dello stato)? Io non ne sono convinto. E ci sono molte persone che pensano che lo Stato non debba fare questo. Non deve "produrre". Deve solo regolare il sistema affinché ci siano modalità sane di concorrenza a vantaggio del cittadino e quindi dello stato: ma stato in senso di collettività non in senso di apparati burocratici. Se invece lo Stato "produce" qualcosa, anche se lo chiama "open source", ma di fatto personalizza, integra, sviluppa e quindi "produce" un pacchetto che in origine non esisteva, allora siamo sicuri che non violerà le leggi della concorrenza e che a nessuna compagine della P.A. sarà imposto di usarlo? Perché se fosse imposto allora le varie compagini della P.A. non sarebbero più libere, non ci sarebbe più concorrenza e i costi del "pacchetto" detto open source potrebbero essere elevati a livello per es. dei servizi connessi: tanto l'imposizione priverebbe chiunque della possibilità di poter ricorrere ad altri fornitori.
Allora, mi pare che già così emerga un quadro che non sta in piedi sotto nessun punto di vista.
Ma mi sembra anche che tutta la discussione parta da un falso problema, in effetti non definito chiaramente, ma avvertibile. O, almeno questa è la mia impressione.
Proviamo a dire che cosa può fare oggi un utente con un opac di seconda generazione e a vedere se un utente mobile,c he cambia città ecc, si trova realmente in difficoltà o forse piuttosto se la sua esigenza è giusta, ma potrebbe sbagliare strumento. Oggi si possono fare queste cose (in genere): 1) salvare i risultati di una ricerca bibliografica in una cartella personale; 2) taggare i risultati 3) recensire 4) assegnare un voto
Queste 4 cose sono in contrasto con le esigenze di una persona che si muove e cambia città perché si troverebbe davanti ai problemi che nascerebbero dalla frammentazione esistente tra gli opac di diverse città e biblioteche? A me non pare per queste ragioni:
1) le piattaforme che conosco io consentono di scaricare i records salvati per memorizzarli sul proprio computer in un certo formato. Quindi non si perde nulla
2) se quello che interessa è il proprio catalogo di tag e di connessi records bibliografici, e si vuole portarselo sempre con sé, allora a mio parere non è un certo opac lo strumento adatto per vari motivi. Innanzitutto oggi qualsiasi ricerca (e magari una pubblicazione basata su una ricerca) si fa anche utilizzando molti materiali che non sono libri, ma articoli, reports, slides ecc. ecc.: tutte cose che non sono catalogate in un opac. Quindi ho bisogno di un sistema locale per salvare tutte queste diverse cose che derivo da diversi sistemi e in questo sistema locale creo anche la mia tassonomia di tag. La riposta è una soluzione come Zotero o simili: qualcosa che sta sul mio computer e che eventualmente può anche esistere in una copia online (e anche questo lo fa Zotero).
3) se inserisco recensioni o voti in un opac poi non li posso esportare? Vero. Ma è davvero importante farlo? pensiamoci un attimo: postare un recensione, che sia su Amazon, su Anobii o in un opac significa fare la stessa cosa che inserire un commento a un blog: è partecipare a una conversazione. Può anche darsi che nella realtà poi nessuno partecipi alla mia recensione con un suo commento, ma questo non importa: io posto la recensione per iniziare una conversazione. E magari in seguito arriveranno commenti. Non lo posso sapere in anticipo. Quindi è sempre potenzialmente una conversazione. Allora perché dovrei voler esportare, tirare fuori dal suo contesto originario, quella parte di conversazione che coincide con il mio pezzo? Che senso avrebbe? Se penso che mi serva un domani ne farò la copia su un file sul mio computer. Ma davvero non riesco a vedere come un limite una caratteristica che è propria di tutti questi ambienti: le mie recensioni non le posso esportare. Nessuno credo ne ha mai sentito il bisogno. È un pezzo di conversazione e come tale non avrebbe senso estrapolarlo.
Per questo dico: dov'è il problema che il grande contenitore unico "statale" centralizzato risolverebbe? Io la trovo un'idea aberrante per motivi di principio, pratici e di assenza di benefici concreti. Ma anche a volermi sforzare di vedere il problema, senza pretendere di fare in anticipo una critica a una ipotetica soluzione, io questo problema non lo vedo proprio.
Scusate la mail è molto lunga. Ma mi sembra che Francesca abbia sollevato un problema (che secondo me è un falso problema) tirando fuori questioni molto grosse e lasciando intuire delle soluzioni che vanno anche discusse perché sono in contraddizione con tutto: con Internet, con il modo di lavorare delle biblioteche, con l'economia di un paese occidentale.
Pierfranco
Il giorno 26 febbraio 2014 09:23, Nicola Madonna nmadonna@unina.it ha scritto:
Buongiorno,
vista la provenienza eterogenea degli iscritti a questa lista (io ad esempio a volte mi perdo nei thread in cui ci si addentra troppo nella intricata selva dei tecnicismi wikipediani), vorrei sottolineare quanto detto da Pierfranco a proposito della differenza tra software e servizi reali.
Una cosa è l'amichevolezza e la facilità d'uso dell'interfaccia (e molti cataloghi in linea lo sono ancora troppo poco), tutt'altra cosa sono i servizi che stanno sotto quella interfaccia. Varrebbe la pena ribadire il fatto che tanti ILS danno già da tempo la possibilità all'utente di gestire aree personali, di effettuare prenotazioni, di proporre desiderata ... Il fatto che alcune di queste possibilità vengano "oscurate" di proposito da chi gestisce quei sistemi è dovuto spesso alla conclamata impossibilità di far rispettare quei servizi (nulla di peggio che mettere su una piattaforma bottoni o form che creano false aspettative nell'utenza).
Quindi occorre distinguere quello che il sw consente di fare (e spesso è molto di più di quello che si vede nei corrispondenti cataloghi in linea), con i servizi reali adottati dalle singole biblioteche.
Banale, ma ho notato un po' di confusione su questo punto.
Infine, detto en passant, concordo anche con la sacrosanta puntualizzazione di Giovanna a proposito della richiesta di "intervento statale"
Ciao
Nicola
Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
Se posso interpretare il pensiero di Francesca, ma forse mi sbaglio, credo che lei volesse semplicemente sottolineare il concetto di "bene comune". Fino a pochi anni fa, un errore che io facevo, da giovine cattocomunista qual ero, era ritenere le aziende cattive e lo stato bene comune buono. Poi ho iniziato a lavorare per l'università e conoscere il magico mondo delle PA. Lascio a voi le conclusioni.
non sono sicuro che questo sia lo stesso errore di Francesca, ma il concetto di "bene comune" è complesso e complicato, e presuppone una comunanza di interessi che siano anche quelli statali, regionali, privati, ecc. Secondo me presuppone anche di parlare di beni non rivali, come sono i bit ail contrario degli atomi. Gli unici beni comuni che vedo funzionare infatti sono "cose online".
Andrea
2014-02-26 10:52 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Ma davvero si può arrivare ad auspicare un intervento "statale" nel senso di una centralizzazione che metta fine alla frammentazione dei sistemi scelti liberamente dalle biblioteche e che impedisca sia la libera scelta sia il pluralismo del mercato software per biblioteca? E possiamo credere che tutto ciò sarebbe un beneficio per gli utenti?
Mi pare una tale aberrazione che non ci sarebbe neanche bisogno di commentarla per infinite ragioni. Ma visto che esce fuori e prima che Francesca vada alle Stelline anche solo a ipotizzare una cosa che sembra uscire fuori da questa discussione, qualcosa vorrei dirla. Ma non sono assolutamente sicuro di riuscire a dire tutto quello che c'è da dire in merito, sia sotto il profilo della semplice idea, sia sotto il profilo degli effetti concreti che avrebbe.
- innanzitutto comincerei con il dire una cosa che sappiamo tutti, ma
evidentemente non è scontata, va ribadita: Internet è una rete distribuita, non centralizzata. È il risultato di libera iniziativa, di un'aggregazione molto lasca garantita inizialmente solo da un protocollo comune e un linguaggio di formattazione non brevettato e che quindi tutti hanno potuto usare liberamente. Poi si sono aggiunti standard, raccomandazioni, ecc ecc. Ma NON è una rete centralizzata, quindi è come una strada su cui vengono aperti dei negozi: tutto possono aprire il loro negozio (o bar, o circolo, o casa, o come volete chiamarlo) perché è uno spazio virtuale senza i limiti di uno spazio reale. Internet per come lo conosciamo presuppone (e questo va capito fino in fondo):
- un modello economico improntato alla libera iniziativa e pertanto alla
concorrenza: quindi un modello tipicamente occidentale e di tradizione liberistica. Piaccia o no, questo è lo spirito di Internet. 2) presuppone un utente che fa quello che vuole, va dove vuole, deposita file, commenti, apre un blog, compra: tutto questo lo fa dove gli pare. Questo significa che c'è concorrenza per accaparrarsi gli utenti dello spazio virtuale e che qui concorrenza significa catturare questo utente liberissimo: molto più difficile della concorrenza tra negozi del quartiere. 3) Internet presuppone quindi anche un modello sociale e politico: anche qui di massimo liberalismo, cosa che comporta anche degli estremi e quindi problemi di vario genere.
Qualsiasi idea che miri a sostituire a questo pluralismo anarchico una centralizzazione finisce per andare verso qualcosa che NON è Internet, ma un'altra cosa. Per es. un Internet alla cinese. Altra cosa è parlare del fatto che tutto questo ha determinato la nascita di problemi nuovi non previsti e quindi la necessità di pensarci sopra e trovare delle soluzioni. Il punto è se si vuole andare verso un modello che è l'opposto di Internet, se ci sono le condizioni pratiche per farlo, e se porterebbe dei reali benefici.
- Problema: quando pensiamo (se lo pensiamo) che dovrebbe esistere un
software e portale Internet "statale" per le biblioteche, pensiamo anche che tutto questo debba comunque senza se e senza ma sottostare alle stesse condizioni che valgono per il resto di Internet? quindi lo pensiamo come un portale che non sostituirà altri, che sarà in concorrenza con altri e che dovrà riuscire ad attirare un utente libero di fare ciò che vuole? oppure vogliamo usare "statale" anche nel senso di catena gerarchica e quindi di iniziativa top down che elimini qualsiasi altra realtà per sostituire alla rete distribuita un unico grande contenitore, almeno per le biblioteche italiane? Rispetto a questa idea valgono le obiezioni di carattere amministrativo ricordate da Giovanna. Ma non solo: ci sono altre obiezioni: come si può pensare che togliere libera iniziativa alle biblioteche sia positivo? E come si può pensare che sia positivo eliminare il pluralismo del mercato del software per biblioteche, che è garanzia di concorrenza e quindi anche di quella competizione positiva che porta qualità e competizione nei prezzi e nei servizi? Non voler considerare questo a me pare un'aberrazione, una negazione dei vantaggi della competizione. Pluralismo e competizione sono positivi. È già stato fatto un tentativo per eliminarli: si chiamava Unione Sovietica. È fallita. Infine persino la storia di SBN ha sempre fatto spazio al pluralismo perché è sempre stato concepito come una rete che non imponeva un software unico. E questo vale ancora di più per SBN2. E come si fa allora a mettere in discussione tutto questo?
- Software open source di stato diretto alle biblioteche. Siamo sicuri
che sia una cosa compatibile con un sistema basato sulla libera concorrenza? Venga cioè concepito come un prodotto non imposto a nessuno, ma che entra in concorrenza con altri e che la sua realizzazione sia sostenibile e realmente concorrenziale (e non comporti sborsi enormi per le casse dello stato)? Io non ne sono convinto. E ci sono molte persone che pensano che lo Stato non debba fare questo. Non deve "produrre". Deve solo regolare il sistema affinché ci siano modalità sane di concorrenza a vantaggio del cittadino e quindi dello stato: ma stato in senso di collettività non in senso di apparati burocratici. Se invece lo Stato "produce" qualcosa, anche se lo chiama "open source", ma di fatto personalizza, integra, sviluppa e quindi "produce" un pacchetto che in origine non esisteva, allora siamo sicuri che non violerà le leggi della concorrenza e che a nessuna compagine della P.A. sarà imposto di usarlo? Perché se fosse imposto allora le varie compagini della P.A. non sarebbero più libere, non ci sarebbe più concorrenza e i costi del "pacchetto" detto open source potrebbero essere elevati a livello per es. dei servizi connessi: tanto l'imposizione priverebbe chiunque della possibilità di poter ricorrere ad altri fornitori.
Allora, mi pare che già così emerga un quadro che non sta in piedi sotto nessun punto di vista.
Ma mi sembra anche che tutta la discussione parta da un falso problema, in effetti non definito chiaramente, ma avvertibile. O, almeno questa è la mia impressione.
Proviamo a dire che cosa può fare oggi un utente con un opac di seconda generazione e a vedere se un utente mobile,c he cambia città ecc, si trova realmente in difficoltà o forse piuttosto se la sua esigenza è giusta, ma potrebbe sbagliare strumento. Oggi si possono fare queste cose (in genere):
- salvare i risultati di una ricerca bibliografica in una cartella
personale; 2) taggare i risultati 3) recensire 4) assegnare un voto
Queste 4 cose sono in contrasto con le esigenze di una persona che si muove e cambia città perché si troverebbe davanti ai problemi che nascerebbero dalla frammentazione esistente tra gli opac di diverse città e biblioteche? A me non pare per queste ragioni:
- le piattaforme che conosco io consentono di scaricare i records salvati
per memorizzarli sul proprio computer in un certo formato. Quindi non si perde nulla
- se quello che interessa è il proprio catalogo di tag e di connessi
records bibliografici, e si vuole portarselo sempre con sé, allora a mio parere non è un certo opac lo strumento adatto per vari motivi. Innanzitutto oggi qualsiasi ricerca (e magari una pubblicazione basata su una ricerca) si fa anche utilizzando molti materiali che non sono libri, ma articoli, reports, slides ecc. ecc.: tutte cose che non sono catalogate in un opac. Quindi ho bisogno di un sistema locale per salvare tutte queste diverse cose che derivo da diversi sistemi e in questo sistema locale creo anche la mia tassonomia di tag. La riposta è una soluzione come Zotero o simili: qualcosa che sta sul mio computer e che eventualmente può anche esistere in una copia online (e anche questo lo fa Zotero).
- se inserisco recensioni o voti in un opac poi non li posso esportare?
Vero. Ma è davvero importante farlo? pensiamoci un attimo: postare un recensione, che sia su Amazon, su Anobii o in un opac significa fare la stessa cosa che inserire un commento a un blog: è partecipare a una conversazione. Può anche darsi che nella realtà poi nessuno partecipi alla mia recensione con un suo commento, ma questo non importa: io posto la recensione per iniziare una conversazione. E magari in seguito arriveranno commenti. Non lo posso sapere in anticipo. Quindi è sempre potenzialmente una conversazione. Allora perché dovrei voler esportare, tirare fuori dal suo contesto originario, quella parte di conversazione che coincide con il mio pezzo? Che senso avrebbe? Se penso che mi serva un domani ne farò la copia su un file sul mio computer. Ma davvero non riesco a vedere come un limite una caratteristica che è propria di tutti questi ambienti: le mie recensioni non le posso esportare. Nessuno credo ne ha mai sentito il bisogno. È un pezzo di conversazione e come tale non avrebbe senso estrapolarlo.
Per questo dico: dov'è il problema che il grande contenitore unico "statale" centralizzato risolverebbe? Io la trovo un'idea aberrante per motivi di principio, pratici e di assenza di benefici concreti. Ma anche a volermi sforzare di vedere il problema, senza pretendere di fare in anticipo una critica a una ipotetica soluzione, io questo problema non lo vedo proprio.
Scusate la mail è molto lunga. Ma mi sembra che Francesca abbia sollevato un problema (che secondo me è un falso problema) tirando fuori questioni molto grosse e lasciando intuire delle soluzioni che vanno anche discusse perché sono in contraddizione con tutto: con Internet, con il modo di lavorare delle biblioteche, con l'economia di un paese occidentale.
Pierfranco
Il giorno 26 febbraio 2014 09:23, Nicola Madonna nmadonna@unina.it ha scritto:
Buongiorno,
vista la provenienza eterogenea degli iscritti a questa lista (io ad esempio a volte mi perdo nei thread in cui ci si addentra troppo nella intricata selva dei tecnicismi wikipediani), vorrei sottolineare quanto detto da Pierfranco a proposito della differenza tra software e servizi reali.
Una cosa è l'amichevolezza e la facilità d'uso dell'interfaccia (e molti cataloghi in linea lo sono ancora troppo poco), tutt'altra cosa sono i servizi che stanno sotto quella interfaccia. Varrebbe la pena ribadire il fatto che tanti ILS danno già da tempo la possibilità all'utente di gestire aree personali, di effettuare prenotazioni, di proporre desiderata ... Il fatto che alcune di queste possibilità vengano "oscurate" di proposito da chi gestisce quei sistemi è dovuto spesso alla conclamata impossibilità di far rispettare quei servizi (nulla di peggio che mettere su una piattaforma bottoni o form che creano false aspettative nell'utenza).
Quindi occorre distinguere quello che il sw consente di fare (e spesso è molto di più di quello che si vede nei corrispondenti cataloghi in linea), con i servizi reali adottati dalle singole biblioteche.
Banale, ma ho notato un po' di confusione su questo punto.
Infine, detto en passant, concordo anche con la sacrosanta puntualizzazione di Giovanna a proposito della richiesta di "intervento statale"
Ciao
Nicola
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Il giorno 26 febbraio 2014 11:01, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Se posso interpretare il pensiero di Francesca, ma forse mi sbaglio, credo che lei volesse semplicemente sottolineare il concetto di "bene comune". Fino a pochi anni fa, un errore che io facevo, da giovine cattocomunista qual ero, era ritenere le aziende cattive e lo stato bene comune buono. Poi ho iniziato a lavorare per l'università e conoscere il magico mondo delle PA. Lascio a voi le conclusioni.
Ecco, su questo io non ho detto nulla per non ripetere le solite cose: vale a dire, la scarsa credibilità sul fatto che una "buona" soluzione potrebbe essere una soluzione "statale" e centralista. L'Italia non è la Scandinavia. Lo sappiamo, o bisogna ripeterlo?
Ma il "cattocomunismo": ma esiste ancora? Non so, mi pare che sia passato tanto di quel tempo... e che ormai non tenga davvero più... a meno che non abbia cambiato nome. Quello che preoccupa è proprio che si sprechi tempo e risorse a fare battaglie basate su fondamenti inconsistenti: che non tengono conto di nulla: del contesto, dei problemi concreti, della estrema facilità con la quale certe soluzioni potrebbero scivolare di mano e trasformarsi in qualcosa di pessimo.
Dunque solo online si possono avere beni comuni? Beh, magari questa potrebbe essere una riflessione che varrebbe la pena fare. A patto però che poi uno non mescoli le carte e si aspetti da ambienti solo online i servizi di una istituzione fisica e viceversa.
Pierfranco
non sono sicuro che questo sia lo stesso errore di Francesca, ma il concetto di "bene comune" è complesso e complicato, e presuppone una comunanza di interessi che siano anche quelli statali, regionali, privati, ecc. Secondo me presuppone anche di parlare di beni non rivali, come sono i bit ail contrario degli atomi. Gli unici beni comuni che vedo funzionare infatti sono "cose online".
Andrea
2014-02-26 10:52 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Ma davvero si può arrivare ad auspicare un intervento "statale" nel senso
di una centralizzazione che metta fine alla frammentazione dei sistemi scelti liberamente dalle biblioteche e che impedisca sia la libera scelta sia il pluralismo del mercato software per biblioteca? E possiamo credere che tutto ciò sarebbe un beneficio per gli utenti?
Mi pare una tale aberrazione che non ci sarebbe neanche bisogno di commentarla per infinite ragioni. Ma visto che esce fuori e prima che Francesca vada alle Stelline anche solo a ipotizzare una cosa che sembra uscire fuori da questa discussione, qualcosa vorrei dirla. Ma non sono assolutamente sicuro di riuscire a dire tutto quello che c'è da dire in merito, sia sotto il profilo della semplice idea, sia sotto il profilo degli effetti concreti che avrebbe.
- innanzitutto comincerei con il dire una cosa che sappiamo tutti, ma
evidentemente non è scontata, va ribadita: Internet è una rete distribuita, non centralizzata. È il risultato di libera iniziativa, di un'aggregazione molto lasca garantita inizialmente solo da un protocollo comune e un linguaggio di formattazione non brevettato e che quindi tutti hanno potuto usare liberamente. Poi si sono aggiunti standard, raccomandazioni, ecc ecc. Ma NON è una rete centralizzata, quindi è come una strada su cui vengono aperti dei negozi: tutto possono aprire il loro negozio (o bar, o circolo, o casa, o come volete chiamarlo) perché è uno spazio virtuale senza i limiti di uno spazio reale. Internet per come lo conosciamo presuppone (e questo va capito fino in fondo):
- un modello economico improntato alla libera iniziativa e pertanto alla
concorrenza: quindi un modello tipicamente occidentale e di tradizione liberistica. Piaccia o no, questo è lo spirito di Internet. 2) presuppone un utente che fa quello che vuole, va dove vuole, deposita file, commenti, apre un blog, compra: tutto questo lo fa dove gli pare. Questo significa che c'è concorrenza per accaparrarsi gli utenti dello spazio virtuale e che qui concorrenza significa catturare questo utente liberissimo: molto più difficile della concorrenza tra negozi del quartiere. 3) Internet presuppone quindi anche un modello sociale e politico: anche qui di massimo liberalismo, cosa che comporta anche degli estremi e quindi problemi di vario genere.
Qualsiasi idea che miri a sostituire a questo pluralismo anarchico una centralizzazione finisce per andare verso qualcosa che NON è Internet, ma un'altra cosa. Per es. un Internet alla cinese. Altra cosa è parlare del fatto che tutto questo ha determinato la nascita di problemi nuovi non previsti e quindi la necessità di pensarci sopra e trovare delle soluzioni. Il punto è se si vuole andare verso un modello che è l'opposto di Internet, se ci sono le condizioni pratiche per farlo, e se porterebbe dei reali benefici.
- Problema: quando pensiamo (se lo pensiamo) che dovrebbe esistere un
software e portale Internet "statale" per le biblioteche, pensiamo anche che tutto questo debba comunque senza se e senza ma sottostare alle stesse condizioni che valgono per il resto di Internet? quindi lo pensiamo come un portale che non sostituirà altri, che sarà in concorrenza con altri e che dovrà riuscire ad attirare un utente libero di fare ciò che vuole? oppure vogliamo usare "statale" anche nel senso di catena gerarchica e quindi di iniziativa top down che elimini qualsiasi altra realtà per sostituire alla rete distribuita un unico grande contenitore, almeno per le biblioteche italiane? Rispetto a questa idea valgono le obiezioni di carattere amministrativo ricordate da Giovanna. Ma non solo: ci sono altre obiezioni: come si può pensare che togliere libera iniziativa alle biblioteche sia positivo? E come si può pensare che sia positivo eliminare il pluralismo del mercato del software per biblioteche, che è garanzia di concorrenza e quindi anche di quella competizione positiva che porta qualità e competizione nei prezzi e nei servizi? Non voler considerare questo a me pare un'aberrazione, una negazione dei vantaggi della competizione. Pluralismo e competizione sono positivi. È già stato fatto un tentativo per eliminarli: si chiamava Unione Sovietica. È fallita. Infine persino la storia di SBN ha sempre fatto spazio al pluralismo perché è sempre stato concepito come una rete che non imponeva un software unico. E questo vale ancora di più per SBN2. E come si fa allora a mettere in discussione tutto questo?
- Software open source di stato diretto alle biblioteche. Siamo sicuri
che sia una cosa compatibile con un sistema basato sulla libera concorrenza? Venga cioè concepito come un prodotto non imposto a nessuno, ma che entra in concorrenza con altri e che la sua realizzazione sia sostenibile e realmente concorrenziale (e non comporti sborsi enormi per le casse dello stato)? Io non ne sono convinto. E ci sono molte persone che pensano che lo Stato non debba fare questo. Non deve "produrre". Deve solo regolare il sistema affinché ci siano modalità sane di concorrenza a vantaggio del cittadino e quindi dello stato: ma stato in senso di collettività non in senso di apparati burocratici. Se invece lo Stato "produce" qualcosa, anche se lo chiama "open source", ma di fatto personalizza, integra, sviluppa e quindi "produce" un pacchetto che in origine non esisteva, allora siamo sicuri che non violerà le leggi della concorrenza e che a nessuna compagine della P.A. sarà imposto di usarlo? Perché se fosse imposto allora le varie compagini della P.A. non sarebbero più libere, non ci sarebbe più concorrenza e i costi del "pacchetto" detto open source potrebbero essere elevati a livello per es. dei servizi connessi: tanto l'imposizione priverebbe chiunque della possibilità di poter ricorrere ad altri fornitori.
Allora, mi pare che già così emerga un quadro che non sta in piedi sotto nessun punto di vista.
Ma mi sembra anche che tutta la discussione parta da un falso problema, in effetti non definito chiaramente, ma avvertibile. O, almeno questa è la mia impressione.
Proviamo a dire che cosa può fare oggi un utente con un opac di seconda generazione e a vedere se un utente mobile,c he cambia città ecc, si trova realmente in difficoltà o forse piuttosto se la sua esigenza è giusta, ma potrebbe sbagliare strumento. Oggi si possono fare queste cose (in genere):
- salvare i risultati di una ricerca bibliografica in una cartella
personale; 2) taggare i risultati 3) recensire 4) assegnare un voto
Queste 4 cose sono in contrasto con le esigenze di una persona che si muove e cambia città perché si troverebbe davanti ai problemi che nascerebbero dalla frammentazione esistente tra gli opac di diverse città e biblioteche? A me non pare per queste ragioni:
- le piattaforme che conosco io consentono di scaricare i records
salvati per memorizzarli sul proprio computer in un certo formato. Quindi non si perde nulla
- se quello che interessa è il proprio catalogo di tag e di connessi
records bibliografici, e si vuole portarselo sempre con sé, allora a mio parere non è un certo opac lo strumento adatto per vari motivi. Innanzitutto oggi qualsiasi ricerca (e magari una pubblicazione basata su una ricerca) si fa anche utilizzando molti materiali che non sono libri, ma articoli, reports, slides ecc. ecc.: tutte cose che non sono catalogate in un opac. Quindi ho bisogno di un sistema locale per salvare tutte queste diverse cose che derivo da diversi sistemi e in questo sistema locale creo anche la mia tassonomia di tag. La riposta è una soluzione come Zotero o simili: qualcosa che sta sul mio computer e che eventualmente può anche esistere in una copia online (e anche questo lo fa Zotero).
- se inserisco recensioni o voti in un opac poi non li posso esportare?
Vero. Ma è davvero importante farlo? pensiamoci un attimo: postare un recensione, che sia su Amazon, su Anobii o in un opac significa fare la stessa cosa che inserire un commento a un blog: è partecipare a una conversazione. Può anche darsi che nella realtà poi nessuno partecipi alla mia recensione con un suo commento, ma questo non importa: io posto la recensione per iniziare una conversazione. E magari in seguito arriveranno commenti. Non lo posso sapere in anticipo. Quindi è sempre potenzialmente una conversazione. Allora perché dovrei voler esportare, tirare fuori dal suo contesto originario, quella parte di conversazione che coincide con il mio pezzo? Che senso avrebbe? Se penso che mi serva un domani ne farò la copia su un file sul mio computer. Ma davvero non riesco a vedere come un limite una caratteristica che è propria di tutti questi ambienti: le mie recensioni non le posso esportare. Nessuno credo ne ha mai sentito il bisogno. È un pezzo di conversazione e come tale non avrebbe senso estrapolarlo.
Per questo dico: dov'è il problema che il grande contenitore unico "statale" centralizzato risolverebbe? Io la trovo un'idea aberrante per motivi di principio, pratici e di assenza di benefici concreti. Ma anche a volermi sforzare di vedere il problema, senza pretendere di fare in anticipo una critica a una ipotetica soluzione, io questo problema non lo vedo proprio.
Scusate la mail è molto lunga. Ma mi sembra che Francesca abbia sollevato un problema (che secondo me è un falso problema) tirando fuori questioni molto grosse e lasciando intuire delle soluzioni che vanno anche discusse perché sono in contraddizione con tutto: con Internet, con il modo di lavorare delle biblioteche, con l'economia di un paese occidentale.
Pierfranco
Il giorno 26 febbraio 2014 09:23, Nicola Madonna nmadonna@unina.it ha scritto:
Buongiorno,
vista la provenienza eterogenea degli iscritti a questa lista (io ad esempio a volte mi perdo nei thread in cui ci si addentra troppo nella intricata selva dei tecnicismi wikipediani), vorrei sottolineare quanto detto da Pierfranco a proposito della differenza tra software e servizi reali.
Una cosa è l'amichevolezza e la facilità d'uso dell'interfaccia (e molti cataloghi in linea lo sono ancora troppo poco), tutt'altra cosa sono i servizi che stanno sotto quella interfaccia. Varrebbe la pena ribadire il fatto che tanti ILS danno già da tempo la possibilità all'utente di gestire aree personali, di effettuare prenotazioni, di proporre desiderata ... Il fatto che alcune di queste possibilità vengano "oscurate" di proposito da chi gestisce quei sistemi è dovuto spesso alla conclamata impossibilità di far rispettare quei servizi (nulla di peggio che mettere su una piattaforma bottoni o form che creano false aspettative nell'utenza).
Quindi occorre distinguere quello che il sw consente di fare (e spesso è molto di più di quello che si vede nei corrispondenti cataloghi in linea), con i servizi reali adottati dalle singole biblioteche.
Banale, ma ho notato un po' di confusione su questo punto.
Infine, detto en passant, concordo anche con la sacrosanta puntualizzazione di Giovanna a proposito della richiesta di "intervento statale"
Ciao
Nicola
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O cavolo... Questo flusso di parole mi ammazzerebbe normalmente, ma giacché sono in fase di trasloco direi che come zombie posso provare a reinserirmi, sperando di non essermi persa niente!
È importante capirci su alcune cose.
1. Sono una lettrice che si è e si sta organizzando per migliorare delle cose che secondo me bloccano il "libero fluire della conoscenza" (retorica causa fretta); non mi sento un'esperta di nulla e non ho la minima intenzione né tantomeno la competenza per costruire qualcosa di simile a quanto già creato dalle varie software house come quella di Giulio; ho solo espresso, come "utente", un bisogno e una frustrazione - non solo miei. Mi tremano le ginocchia a dover parlare al convegno, ma se sopravvivo al trasloco forse qualcosa dirò e forse proprio il mio essere un pesce fuor d'acqua può diventare una risorsa, perché sono una lettrice iscritta in biblioteca con molto entusiasmo e voglia di migliorare quello che non funziona -- ancora. I bibliotecari dovrebbero invitare più spesso ai convegni i lettori, dedicare loro dei tavoli, farli ragionare insieme a loro.
2. Sono allergica a tutte le confessioni, anche quelle professionali -- ho usato la parola Stato in modo approssimativo, ma non ci fissiamo, quello che mi importava del discorso era altro... in ogni caso per usare tutti gli strumenti che dici tu Piefranco bisogna aver raggiunto un alto livello di alfabetizzazione digitale e cultura, e io non penso che il nostro sforzo (pubblico-privato che importa, specie oggi) debba essere quello di compiacere le persone colte, ma facilitare l'accesso alla conoscenza a chi ne è stato tenuto lontano da nascita o contesto. Oggi le biblioteche e le relative impalcature informatiche sono per la grandissima parte RESPINGENTI. E a me questa cosa cosa mi urtica in un modo che o provo a risolverla o... non c'è alternativa.
4. Solo mezzora fa è arrivato un feedback da Atlas, dove una lettrice ha trovato l'evento "Biblioteche connesse", e ci ha chiesto: «...vivrò a roma fino a settembre, ho circa (non so) 200 libri?!?! vorrei metterli in comune, senza però perderli del tutto, mi piacerebbe che fossero usati, senza però finir gettati al fiume, vorrei inoltre cercare di digitalizzarli, per poter portare con me almeno il loro contenuto sintetico. se avete in mente luoghi genuini, o altre soluzioni, fatemi sapere». Che le rispondete?
5. Volevo parlare di Social Book, questa idea di Giancarlo che stiamo smontando e rimontando come un lego, non per guadagnarci nulla, ma per vedere che ne può venire fuori perché pensiamo, insieme a tanti altri, che ci sia qualcosa di valore. Volevo sentire che ne pensate, se pare anche a voi che ci sia qualcosa di buono su cui lavorare insieme. Perché è l'unico messaggio del thread che non ha avuto risposta? Lo rincollo qui sintetizzato, per non farvi impazzire:
Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune, ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, essere chiamati ad esprimere idee e preferenze insieme dai bibliotecari professionisti. Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene. Perciò abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra (ma di Giancarlo Briguglia), Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Dopo l'entusiasmo iniziale, abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un effetto desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità, e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- si riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso (come opac partecipato) ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di ttrattiva per i possibili utenti.
Francesca
Cara Francesca
rispondo sul tuo ultimo brano e dico:
se quando dirigevo la biblioteca pubblica di Bagno a Ripoli (1977-2000) qualche utente mi avesse chiesto quello che chiedi tu, sarei rimasta molto perplessa e diffidente verso chi mi chiedeva di entrare nella organizzazione della "mia biblioteca". Ma in realtà allora non mi sarebbe mai giunta una proposta simile da nessuno.
Ma adesso, che una rivoluzine a scosso i nostri ruoli, se dirigessi ancora quella biblioteca ti risponderei in modo positivo e sarei curiosa lavorare con te. Ma sono in pensione sic.! ti seguo comunque con curiosità.
E penso che prima di vedere solo difficoltà si possa fare come i wikipediani: proviamo!
Ciao Suasnna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 26 febbraio 2014 15:47, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
O cavolo... Questo flusso di parole mi ammazzerebbe normalmente, ma giacché sono in fase di trasloco direi che come zombie posso provare a reinserirmi, sperando di non essermi persa niente!
È importante capirci su alcune cose.
- Sono una lettrice che si è e si sta organizzando per migliorare delle
cose che secondo me bloccano il "libero fluire della conoscenza" (retorica causa fretta); non mi sento un'esperta di nulla e non ho la minima intenzione né tantomeno la competenza per costruire qualcosa di simile a quanto già creato dalle varie software house come quella di Giulio; ho solo espresso, come "utente", un bisogno e una frustrazione - non solo miei. Mi tremano le ginocchia a dover parlare al convegno, ma se sopravvivo al trasloco forse qualcosa dirò e forse proprio il mio essere un pesce fuor d'acqua può diventare una risorsa, perché sono una lettrice iscritta in biblioteca con molto entusiasmo e voglia di migliorare quello che non funziona -- ancora. I bibliotecari dovrebbero invitare più spesso ai convegni i lettori, dedicare loro dei tavoli, farli ragionare insieme a loro.
- Sono allergica a tutte le confessioni, anche quelle professionali -- ho
usato la parola Stato in modo approssimativo, ma non ci fissiamo, quello che mi importava del discorso era altro... in ogni caso per usare tutti gli strumenti che dici tu Piefranco bisogna aver raggiunto un alto livello di alfabetizzazione digitale e cultura, e io non penso che il nostro sforzo (pubblico-privato che importa, specie oggi) debba essere quello di compiacere le persone colte, ma facilitare l'accesso alla conoscenza a chi ne è stato tenuto lontano da nascita o contesto. Oggi le biblioteche e le relative impalcature informatiche sono per la grandissima parte RESPINGENTI. E a me questa cosa cosa mi urtica in un modo che o provo a risolverla o... non c'è alternativa.
- Solo mezzora fa è arrivato un feedback da Atlas, dove una lettrice ha
trovato l'evento "Biblioteche connesse", e ci ha chiesto: «...vivrò a roma fino a settembre, ho circa (non so) 200 libri?!?! vorrei metterli in comune, senza però perderli del tutto, mi piacerebbe che fossero usati, senza però finir gettati al fiume, vorrei inoltre cercare di digitalizzarli, per poter portare con me almeno il loro contenuto sintetico. se avete in mente luoghi genuini, o altre soluzioni, fatemi sapere». Che le rispondete?
- Volevo parlare di Social Book, questa idea di Giancarlo che stiamo
smontando e rimontando come un lego, non per guadagnarci nulla, ma per vedere che ne può venire fuori perché pensiamo, insieme a tanti altri, che ci sia qualcosa di valore. Volevo sentire che ne pensate, se pare anche a voi che ci sia qualcosa di buono su cui lavorare insieme. Perché è l'unico messaggio del thread che non ha avuto risposta? Lo rincollo qui sintetizzato, per non farvi impazzire:
Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune, ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, essere chiamati ad esprimere idee e preferenze insieme dai bibliotecari professionisti. Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene. Perciò abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra (ma di Giancarlo Briguglia), Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Dopo l'entusiasmo iniziale, abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un effetto desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità, e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- si riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso (come opac partecipato) ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di ttrattiva per i possibili utenti.
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Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
Grazie Susanna di condividere con noi la curiosità verso questa idea, tutta da sviluppare. Se ti vengono in mente idee di come effettivamente si potrebbe far interagire i due opac, professionale e partecipato, o anche di come fare interagire Atlas e/o Social con i progetti di Wikimedia (di cui da pochissimo sono socia:), facciamo brainstorming!
Francesca
Tropico del Libro / Open Culture Atlas
T. Tropico del Libro http://tropicodellibro.it | newsletterhttp://tropicodellibro.us2.list-manage.com/subscribe?u=81761deeb9f866695db4d9369&id=06c753ebbf| tweet http://twitter.com/tropicodellibro | posthttp://www.facebook.com/tropicodellibro | immagini http://pinterest.com/tropicodellibro/ | bibliografiahttp://www.anobii.com/tropicodellibro/books | video http://www.youtube.com/user/tropicodellibro | presentazionihttps://speakerdeck.com/tropicodellibro O. Open Culture Atlas http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/ | tweethttps://twitter.com/opencultureat| post https://www.facebook.com/opencultureatlas https://speakerdeck.com/tropicodellibro
Il giorno 26 febbraio 2014 16:59, giaccai@gmail.com ha scritto:
Cara Francesca
rispondo sul tuo ultimo brano e dico:
se quando dirigevo la biblioteca pubblica di Bagno a Ripoli (1977-2000) qualche utente mi avesse chiesto quello che chiedi tu, sarei rimasta molto perplessa e diffidente verso chi mi chiedeva di entrare nella organizzazione della "mia biblioteca". Ma in realtà allora non mi sarebbe mai giunta una proposta simile da nessuno.
Ma adesso, che una rivoluzine a scosso i nostri ruoli, se dirigessi ancora quella biblioteca ti risponderei in modo positivo e sarei curiosa lavorare con te. Ma sono in pensione sic.! ti seguo comunque con curiosità.
E penso che prima di vedere solo difficoltà si possa fare come i wikipediani: proviamo!
Ciao Suasnna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 26 febbraio 2014 15:47, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
O cavolo... Questo flusso di parole mi ammazzerebbe normalmente, ma giacché sono in fase di trasloco direi che come zombie posso provare a reinserirmi, sperando di non essermi persa niente!
È importante capirci su alcune cose.
- Sono una lettrice che si è e si sta organizzando per migliorare delle
cose che secondo me bloccano il "libero fluire della conoscenza" (retorica causa fretta); non mi sento un'esperta di nulla e non ho la minima intenzione né tantomeno la competenza per costruire qualcosa di simile a quanto già creato dalle varie software house come quella di Giulio; ho solo espresso, come "utente", un bisogno e una frustrazione - non solo miei. Mi tremano le ginocchia a dover parlare al convegno, ma se sopravvivo al trasloco forse qualcosa dirò e forse proprio il mio essere un pesce fuor d'acqua può diventare una risorsa, perché sono una lettrice iscritta in biblioteca con molto entusiasmo e voglia di migliorare quello che non funziona -- ancora. I bibliotecari dovrebbero invitare più spesso ai convegni i lettori, dedicare loro dei tavoli, farli ragionare insieme a loro.
- Sono allergica a tutte le confessioni, anche quelle professionali --
ho usato la parola Stato in modo approssimativo, ma non ci fissiamo, quello che mi importava del discorso era altro... in ogni caso per usare tutti gli strumenti che dici tu Piefranco bisogna aver raggiunto un alto livello di alfabetizzazione digitale e cultura, e io non penso che il nostro sforzo (pubblico-privato che importa, specie oggi) debba essere quello di compiacere le persone colte, ma facilitare l'accesso alla conoscenza a chi ne è stato tenuto lontano da nascita o contesto. Oggi le biblioteche e le relative impalcature informatiche sono per la grandissima parte RESPINGENTI. E a me questa cosa cosa mi urtica in un modo che o provo a risolverla o... non c'è alternativa.
- Solo mezzora fa è arrivato un feedback da Atlas, dove una lettrice ha
trovato l'evento "Biblioteche connesse", e ci ha chiesto: «...vivrò a roma fino a settembre, ho circa (non so) 200 libri?!?! vorrei metterli in comune, senza però perderli del tutto, mi piacerebbe che fossero usati, senza però finir gettati al fiume, vorrei inoltre cercare di digitalizzarli, per poter portare con me almeno il loro contenuto sintetico. se avete in mente luoghi genuini, o altre soluzioni, fatemi sapere». Che le rispondete?
- Volevo parlare di Social Book, questa idea di Giancarlo che stiamo
smontando e rimontando come un lego, non per guadagnarci nulla, ma per vedere che ne può venire fuori perché pensiamo, insieme a tanti altri, che ci sia qualcosa di valore. Volevo sentire che ne pensate, se pare anche a voi che ci sia qualcosa di buono su cui lavorare insieme. Perché è l'unico messaggio del thread che non ha avuto risposta? Lo rincollo qui sintetizzato, per non farvi impazzire:
Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune, ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, essere chiamati ad esprimere idee e preferenze insieme dai bibliotecari professionisti. Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene. Perciò abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra (ma di Giancarlo Briguglia), Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Dopo l'entusiasmo iniziale, abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un effetto desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità, e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- si riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso (come opac partecipato) ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di ttrattiva per i possibili utenti.
Francesca
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IN questa settimane sono un po' travolta da corsi Wikipedia che tengo, ma mi puoi linkare una vostra pagina del progetto?
Ciao Susanna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 27 febbraio 2014 13:05, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Grazie Susanna di condividere con noi la curiosità verso questa idea, tutta da sviluppare. Se ti vengono in mente idee di come effettivamente si potrebbe far interagire i due opac, professionale e partecipato, o anche di come fare interagire Atlas e/o Social con i progetti di Wikimedia (di cui da pochissimo sono socia:), facciamo brainstorming!
Francesca
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Il giorno 26 febbraio 2014 16:59, giaccai@gmail.com ha scritto:
Cara Francesca
rispondo sul tuo ultimo brano e dico:
se quando dirigevo la biblioteca pubblica di Bagno a Ripoli (1977-2000) qualche utente mi avesse chiesto quello che chiedi tu, sarei rimasta molto perplessa e diffidente verso chi mi chiedeva di entrare nella organizzazione della "mia biblioteca". Ma in realtà allora non mi sarebbe mai giunta una proposta simile da nessuno.
Ma adesso, che una rivoluzine a scosso i nostri ruoli, se dirigessi ancora quella biblioteca ti risponderei in modo positivo e sarei curiosa lavorare con te. Ma sono in pensione sic.! ti seguo comunque con curiosità.
E penso che prima di vedere solo difficoltà si possa fare come i wikipediani: proviamo!
Ciao Suasnna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 26 febbraio 2014 15:47, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
O cavolo... Questo flusso di parole mi ammazzerebbe normalmente, ma giacché sono in fase di trasloco direi che come zombie posso provare a reinserirmi, sperando di non essermi persa niente!
È importante capirci su alcune cose.
- Sono una lettrice che si è e si sta organizzando per migliorare delle
cose che secondo me bloccano il "libero fluire della conoscenza" (retorica causa fretta); non mi sento un'esperta di nulla e non ho la minima intenzione né tantomeno la competenza per costruire qualcosa di simile a quanto già creato dalle varie software house come quella di Giulio; ho solo espresso, come "utente", un bisogno e una frustrazione - non solo miei. Mi tremano le ginocchia a dover parlare al convegno, ma se sopravvivo al trasloco forse qualcosa dirò e forse proprio il mio essere un pesce fuor d'acqua può diventare una risorsa, perché sono una lettrice iscritta in biblioteca con molto entusiasmo e voglia di migliorare quello che non funziona -- ancora. I bibliotecari dovrebbero invitare più spesso ai convegni i lettori, dedicare loro dei tavoli, farli ragionare insieme a loro.
- Sono allergica a tutte le confessioni, anche quelle professionali --
ho usato la parola Stato in modo approssimativo, ma non ci fissiamo, quello che mi importava del discorso era altro... in ogni caso per usare tutti gli strumenti che dici tu Piefranco bisogna aver raggiunto un alto livello di alfabetizzazione digitale e cultura, e io non penso che il nostro sforzo (pubblico-privato che importa, specie oggi) debba essere quello di compiacere le persone colte, ma facilitare l'accesso alla conoscenza a chi ne è stato tenuto lontano da nascita o contesto. Oggi le biblioteche e le relative impalcature informatiche sono per la grandissima parte RESPINGENTI. E a me questa cosa cosa mi urtica in un modo che o provo a risolverla o... non c'è alternativa.
- Solo mezzora fa è arrivato un feedback da Atlas, dove una lettrice ha
trovato l'evento "Biblioteche connesse", e ci ha chiesto: «...vivrò a roma fino a settembre, ho circa (non so) 200 libri?!?! vorrei metterli in comune, senza però perderli del tutto, mi piacerebbe che fossero usati, senza però finir gettati al fiume, vorrei inoltre cercare di digitalizzarli, per poter portare con me almeno il loro contenuto sintetico. se avete in mente luoghi genuini, o altre soluzioni, fatemi sapere». Che le rispondete?
- Volevo parlare di Social Book, questa idea di Giancarlo che stiamo
smontando e rimontando come un lego, non per guadagnarci nulla, ma per vedere che ne può venire fuori perché pensiamo, insieme a tanti altri, che ci sia qualcosa di valore. Volevo sentire che ne pensate, se pare anche a voi che ci sia qualcosa di buono su cui lavorare insieme. Perché è l'unico messaggio del thread che non ha avuto risposta? Lo rincollo qui sintetizzato, per non farvi impazzire:
Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune, ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, essere chiamati ad esprimere idee e preferenze insieme dai bibliotecari professionisti. Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene. Perciò abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra (ma di Giancarlo Briguglia), Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Dopo l'entusiasmo iniziale, abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un effetto desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità, e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- si riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso (come opac partecipato) ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di ttrattiva per i possibili utenti.
Francesca
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Un elenco dal particolare al generale, scusa ma non ho ancora avuto il tempo di riassumere tutto in poche cartelle.
http://tropicodellibro.it/notizie/social-book-come-nasce-una-biblioteca-diff... http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/progetto/ http://tropicodellibro.it/progetto/ http://opencultureatlas.tropicodellibro.it/statuto/
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Il giorno 27 febbraio 2014 15:46, giaccai@gmail.com ha scritto:
IN questa settimane sono un po' travolta da corsi Wikipedia che tengo, ma mi puoi linkare una vostra pagina del progetto?
Ciao Susanna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 27 febbraio 2014 13:05, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Grazie Susanna di condividere con noi la curiosità verso questa idea,
tutta da sviluppare. Se ti vengono in mente idee di come effettivamente si potrebbe far interagire i due opac, professionale e partecipato, o anche di come fare interagire Atlas e/o Social con i progetti di Wikimedia (di cui da pochissimo sono socia:), facciamo brainstorming!
Francesca
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Il giorno 26 febbraio 2014 16:59, giaccai@gmail.com ha scritto:
Cara Francesca
rispondo sul tuo ultimo brano e dico:
se quando dirigevo la biblioteca pubblica di Bagno a Ripoli (1977-2000) qualche utente mi avesse chiesto quello che chiedi tu, sarei rimasta molto perplessa e diffidente verso chi mi chiedeva di entrare nella organizzazione della "mia biblioteca". Ma in realtà allora non mi sarebbe mai giunta una proposta simile da nessuno.
Ma adesso, che una rivoluzine a scosso i nostri ruoli, se dirigessi ancora quella biblioteca ti risponderei in modo positivo e sarei curiosa lavorare con te. Ma sono in pensione sic.! ti seguo comunque con curiosità.
E penso che prima di vedere solo difficoltà si possa fare come i wikipediani: proviamo!
Ciao Suasnna
.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-. *Susanna Giaccai* Firenze
Il giorno 26 febbraio 2014 15:47, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
O cavolo... Questo flusso di parole mi ammazzerebbe normalmente, ma giacché sono in fase di trasloco direi che come zombie posso provare a reinserirmi, sperando di non essermi persa niente!
È importante capirci su alcune cose.
- Sono una lettrice che si è e si sta organizzando per migliorare
delle cose che secondo me bloccano il "libero fluire della conoscenza" (retorica causa fretta); non mi sento un'esperta di nulla e non ho la minima intenzione né tantomeno la competenza per costruire qualcosa di simile a quanto già creato dalle varie software house come quella di Giulio; ho solo espresso, come "utente", un bisogno e una frustrazione - non solo miei. Mi tremano le ginocchia a dover parlare al convegno, ma se sopravvivo al trasloco forse qualcosa dirò e forse proprio il mio essere un pesce fuor d'acqua può diventare una risorsa, perché sono una lettrice iscritta in biblioteca con molto entusiasmo e voglia di migliorare quello che non funziona -- ancora. I bibliotecari dovrebbero invitare più spesso ai convegni i lettori, dedicare loro dei tavoli, farli ragionare insieme a loro.
- Sono allergica a tutte le confessioni, anche quelle professionali --
ho usato la parola Stato in modo approssimativo, ma non ci fissiamo, quello che mi importava del discorso era altro... in ogni caso per usare tutti gli strumenti che dici tu Piefranco bisogna aver raggiunto un alto livello di alfabetizzazione digitale e cultura, e io non penso che il nostro sforzo (pubblico-privato che importa, specie oggi) debba essere quello di compiacere le persone colte, ma facilitare l'accesso alla conoscenza a chi ne è stato tenuto lontano da nascita o contesto. Oggi le biblioteche e le relative impalcature informatiche sono per la grandissima parte RESPINGENTI. E a me questa cosa cosa mi urtica in un modo che o provo a risolverla o... non c'è alternativa.
- Solo mezzora fa è arrivato un feedback da Atlas, dove una lettrice
ha trovato l'evento "Biblioteche connesse", e ci ha chiesto: «...vivrò a roma fino a settembre, ho circa (non so) 200 libri?!?! vorrei metterli in comune, senza però perderli del tutto, mi piacerebbe che fossero usati, senza però finir gettati al fiume, vorrei inoltre cercare di digitalizzarli, per poter portare con me almeno il loro contenuto sintetico. se avete in mente luoghi genuini, o altre soluzioni, fatemi sapere». Che le rispondete?
- Volevo parlare di Social Book, questa idea di Giancarlo che stiamo
smontando e rimontando come un lego, non per guadagnarci nulla, ma per vedere che ne può venire fuori perché pensiamo, insieme a tanti altri, che ci sia qualcosa di valore. Volevo sentire che ne pensate, se pare anche a voi che ci sia qualcosa di buono su cui lavorare insieme. Perché è l'unico messaggio del thread che non ha avuto risposta? Lo rincollo qui sintetizzato, per non farvi impazzire:
Penso che le biblioteche di pubblica lettura dovrebbero essere gestite come un bene comune, ovvero i cittadini dovrebbero poter partecipare della vita della biblioteca, essere chiamati ad esprimere idee e preferenze insieme dai bibliotecari professionisti. Solo responsabilizzando le persone queste riescono a sentire come proprio un bene. Perciò abbiamo offerto il nostro contributo allo sviluppo di un'idea non nostra (ma di Giancarlo Briguglia), Social Book, una biblioteca "diffusa" e partecipata. Dopo l'entusiasmo iniziale, abbiamo capito che ancora non è un progetto, ma un effetto desiderato, che stiamo anche meglio definendo, ma in poche parole consisterebbe nel fatto: che le biblioteche personali si mettano l'una a disposizione dell'altra attraverso una rete di trovabilità online (un "OPAc") basata sulla prossimità, e attraverso le occasioni di incontro fisico date dallo scambio di libri e di conoscenza sotto varie forme -- questo a partire anche dalla ricerca di collaborazione con sistemi bibliotecari -- si riflette infatti sulle possibilità che questo OPAc delle biblioteche personali possa essere annesso (come opac partecipato) ai siti delle rispettive biblioteche di quartiere, allargandone così la portata, sia in termini di libri offerti che di ttrattiva per i possibili utenti.
Francesca
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Da come lo descrive la blogger mi pare un ottimo prodotto. Lo hai sviluppato anche tu?
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo Stato dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche, in modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini. Io viaggio e cambio casa, perché ogni volta devo cambiare anche portale/app di riferimento, perdendo i commenti ecc. fatti sul portale di Milano per ricominciare con un nuovo account a Roma? La risposta la so, ma non mi piace.
Francesca
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Il giorno 25 febbraio 2014 15:32, Giulio Bonanome gbonanome@gmail.com ha scritto:
Ciao,
Per quello che ho potuto leggere un social-opac potenziato in cui tra
l'altro le recensioni dei libri (e la relativa community credo) è in comune (o può essere messo in comune?) con altre biblioteche - cosa che mi pare il grado zero che dovrebbe avere qualsiasi "social-opac" e che invece in Italia non accade (sempre a quanto mi risulta).
in Italia diversi sistemi bibliotecari che usano DiscoveryNGhttp://www.comperio.it/soluzioni/discoveryng/panoramica/hanno "il grado zero" del social-opac già da alcuni anni. Qui puoi leggerehttp://camphortree.altervista.org/2013/09/04/la-biblioteche-civiche-di-torino/ un utente delle Civiche di Torino spiega cosa fa con il portale (sò soddisfazioni :P).
Non si "aggancia" ad alcun servizio esterno, nè offre API per catturare i dati. Ma se interessa, ho aggregato qui il feed RSS di tutte le recensioni fatte sui portali che usano DiscoveryNG http://pipes.yahoo.com/pipes/pipe.info?_id=598d30f45a2f0d45b479d007997d7a47
Ciao Giulio
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Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo Stato dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche, in modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini.
Per fare si' che lo "Stato" faccia questo bisognerebbe cambiare la Costituzione... la promozione della cultura e' competenza delle Regioni (infatti la maggior parte delle biblioteche esistenti sul territorio sono "pubbliche" e dipendono dal Comune). Quello che potrebbe fare lo Stato (se con questo termine intendiamo un ente centrale tipo l'ICCU o il Mibac) e' mettere a disposizione degli interessati sw open source che vengano utilizzati o realizzati per i propri scopi, cosa che fa molto parzialmente al momento.
Capisco che l'osservazione sia un po' off topic rispetto alla discussione che state portando avanti, ma mi sembrava importante sottolinearlo, perche' e' una cosa che sento dire spesso ed e' sostanzialmente errata. Ciao, Giovanna
Un desiderio non può essere sbagliato.
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Il giorno 25 febbraio 2014 16:53, Giovanna Frigimelica < gfrigimelica@gmail.com> ha scritto:
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo
Stato
dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche,
in
modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini.
Per fare si' che lo "Stato" faccia questo bisognerebbe cambiare la Costituzione... la promozione della cultura e' competenza delle Regioni (infatti la maggior parte delle biblioteche esistenti sul territorio sono "pubbliche" e dipendono dal Comune). Quello che potrebbe fare lo Stato (se con questo termine intendiamo un ente centrale tipo l'ICCU o il Mibac) e' mettere a disposizione degli interessati sw open source che vengano utilizzati o realizzati per i propri scopi, cosa che fa molto parzialmente al momento.
Capisco che l'osservazione sia un po' off topic rispetto alla discussione che state portando avanti, ma mi sembrava importante sottolinearlo, perche' e' una cosa che sento dire spesso ed e' sostanzialmente errata. Ciao, Giovanna _______________________________________________ Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
Negli stati scandinavi esistono portali nazionali.
Però attenzione: bisogna prima capire bene esigenze e possibili soluzioni. Per es.: se l'esigenza è quella di salvare ricerche bibliografiche con note connesse e avere una soluzione sempre portabile, allora esistono altri strumenti. Uno dei migliori è Zotero: perché: 1) è gratuito. 2) integrato nel browser Firefox 3) copia benissimo record bibliografici in una cartella sul computer dell'utente (o volendo su una cartella o hard disk mobile). Per es. scarica i record bene anche dal portale Discovery 4) scarica anche i full-text: sia file PDF, che intere pagine web = tutta la pagina, cioè tutti i files che la compongono e che così poi il computer potrà visualizzare esattamente com'era anche se nel frattempo fosse diventata irraggiungibile, cancellata, messa ad accesso riservato. Infine ad un record salvato possono essere associati altri tipi di files: .dco, powe point ecc. 5) se vuoi puoi avere anche l'esatta copia copia della tua cartella Zotero online: così hai tutto e la copia può essere periodica e automatica; 6) se vuoi puoi dare accesso ad altri alla tua cartella online e anche creare una cartella collaborativa, di gruppo. Oppure la tieni privata. O ancora: crei cartelle private e altre pubbliche 7) può essere usato per compilare bibliografie e riferimenti bibliografici da inserire in qualsiasi tipo di documento e con lo stile bibliografico che scegli tu da un elenco. Per es. basta installare in word o in open office un apposito plugin gratuito e da Word o da Open Office cliccando sul pulsante apposito vai a fare una ricerca in Zotero e a selezionare la risorsa che vuoi citare. Zotero inserirà nel documento che stai scrivendo la referenza bibliogarfica formatatta come hai scelto tu.
In sostanza sto parlando di questo: http://www.zotero.org/ Gratuito per tutte le piattaforme.
Che cosa vuoi di più? Io lo uso da anni (è nato nel 2006) e mi trovo benissimo. Ho migrato la cartella locale da un computer all'altro e ho sempre quella online con la copia di tutto. Questa è la risposta per una persona che: 1) cerca 2) salva 3) condivide 4) scrive
Perché pensare a un software unico di stato?
Il desiderio non è sbagliato: ma le soluzioni a una esigenza in genere sono tante. Guardiamoci attorno prima di pensare alla soluzione statale. molto lontana.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 16:53, Giovanna Frigimelica < gfrigimelica@gmail.com> ha scritto:
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo
Stato
dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche,
in
modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini.
Per fare si' che lo "Stato" faccia questo bisognerebbe cambiare la Costituzione... la promozione della cultura e' competenza delle Regioni (infatti la maggior parte delle biblioteche esistenti sul territorio sono "pubbliche" e dipendono dal Comune). Quello che potrebbe fare lo Stato (se con questo termine intendiamo un ente centrale tipo l'ICCU o il Mibac) e' mettere a disposizione degli interessati sw open source che vengano utilizzati o realizzati per i propri scopi, cosa che fa molto parzialmente al momento.
Capisco che l'osservazione sia un po' off topic rispetto alla discussione che state portando avanti, ma mi sembrava importante sottolinearlo, perche' e' una cosa che sento dire spesso ed e' sostanzialmente errata. Ciao, Giovanna _______________________________________________ Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
Questo Zotero mi pare utile e me lo studio con calma, ma non copre i servizi connessi alla biblioteca, quelli citati dalla blogger.
Comunque, che mi dici dell'email a proposito di Social Book? Che ne pensi?
Francesca
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Il giorno 25 febbraio 2014 17:24, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Negli stati scandinavi esistono portali nazionali.
Però attenzione: bisogna prima capire bene esigenze e possibili soluzioni. Per es.: se l'esigenza è quella di salvare ricerche bibliografiche con note connesse e avere una soluzione sempre portabile, allora esistono altri strumenti. Uno dei migliori è Zotero: perché:
- è gratuito.
- integrato nel browser Firefox
- copia benissimo record bibliografici in una cartella sul computer
dell'utente (o volendo su una cartella o hard disk mobile). Per es. scarica i record bene anche dal portale Discovery 4) scarica anche i full-text: sia file PDF, che intere pagine web = tutta la pagina, cioè tutti i files che la compongono e che così poi il computer potrà visualizzare esattamente com'era anche se nel frattempo fosse diventata irraggiungibile, cancellata, messa ad accesso riservato. Infine ad un record salvato possono essere associati altri tipi di files: .dco, powe point ecc. 5) se vuoi puoi avere anche l'esatta copia copia della tua cartella Zotero online: così hai tutto e la copia può essere periodica e automatica; 6) se vuoi puoi dare accesso ad altri alla tua cartella online e anche creare una cartella collaborativa, di gruppo. Oppure la tieni privata. O ancora: crei cartelle private e altre pubbliche 7) può essere usato per compilare bibliografie e riferimenti bibliografici da inserire in qualsiasi tipo di documento e con lo stile bibliografico che scegli tu da un elenco. Per es. basta installare in word o in open office un apposito plugin gratuito e da Word o da Open Office cliccando sul pulsante apposito vai a fare una ricerca in Zotero e a selezionare la risorsa che vuoi citare. Zotero inserirà nel documento che stai scrivendo la referenza bibliogarfica formatatta come hai scelto tu.
In sostanza sto parlando di questo: http://www.zotero.org/ Gratuito per tutte le piattaforme.
Che cosa vuoi di più? Io lo uso da anni (è nato nel 2006) e mi trovo benissimo. Ho migrato la cartella locale da un computer all'altro e ho sempre quella online con la copia di tutto. Questa è la risposta per una persona che:
- cerca
- salva
- condivide
- scrive
Perché pensare a un software unico di stato?
Il desiderio non è sbagliato: ma le soluzioni a una esigenza in genere sono tante. Guardiamoci attorno prima di pensare alla soluzione statale. molto lontana.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 16:53, Giovanna Frigimelica < gfrigimelica@gmail.com> ha scritto:
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo
Stato
dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche,
in
modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini.
Per fare si' che lo "Stato" faccia questo bisognerebbe cambiare la Costituzione... la promozione della cultura e' competenza delle Regioni (infatti la maggior parte delle biblioteche esistenti sul territorio sono "pubbliche" e dipendono dal Comune). Quello che potrebbe fare lo Stato (se con questo termine intendiamo un ente centrale tipo l'ICCU o il Mibac) e' mettere a disposizione degli interessati sw open source che vengano utilizzati o realizzati per i propri scopi, cosa che fa molto parzialmente al momento.
Capisco che l'osservazione sia un po' off topic rispetto alla discussione che state portando avanti, ma mi sembrava importante sottolinearlo, perche' e' una cosa che sento dire spesso ed e' sostanzialmente errata. Ciao, Giovanna _______________________________________________ Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
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Rispondo a Francesca Santarelli per chiarire due equivoci:
Zotero è stato fatto per integrarsi con opac, con biblioteche digitali, archivi elettronici, banche dati Google Scholar e quant'altro. Anche con i blog. Non è un prodotto che dovrebbe sostituire i portali a cui pensi tu perché si integra con loro, con una miriade. Questo è uno dei punti forti. Però non puoi provare con i due opac nazionali SBN: http://www.internetculturale.it/ e http://opac.sbn.it/ perché sono tra le poche cose con cui NON funziona (forse perché sono statali? prova a pensarci perché con gli opac commerciali italiani funziona... possibile che non si faccia mente locale su questo?).
Ma l'unico modo per capire è se lo scarichi e lo installi in Firefox: poi fai delle prove con opac, con Google Scholar, con Europeana ecc. ecc.
Conclusione: non bisogna cercare il prodotto che fa tutto. Ma cercare prodotti che fanno bene ognuno un insieme coerente di funzioni e che si integrano tra loro grazie all'uso di standard.
Secondo equivoco: non si capisce se interessa una piattaforma per la condivisione e il chatting attorno ai libri, come è il caso di Anobii, Goodreads, ecc. = cose molto famose e usate MA che non hanno a che fare con i cataloghi di biblioteca. Oppure se interessa un opac di biblioteca che fa anche quelle cose, almeno in parte. Gli esempi di questo secondo tipo sono stati citati. Quindi? Entrambi poi, sia gli Anobii vari che gli opac di seocnda generazione, come dice Giulio hanno tutti gli stessi limiti di mancata esportazione. Allora la tua soluzione è: un unico portale nazionale.
Due problemi rilevanti che non consideri in questa tua soluzione: 1) la soluzione funziona solo se è sostitutiva: uno sostituisce tutti. Altrimenti come dice Giulio hai solo una nuova piattaforma che si aggiunge alle altre. Per la soluzione sosttitutiva hai bisogno di promulgare una legge con 2 articoli: il primo articolo imporrà alle biblioteche di usare una unica piattaforma nazionale e chiudere i contratti con i fornitori dei loro opac; l'articolo 2) imporrrà alle ditte di opac di riconvertirsi o chiudere. Estremo? C'è un'altra modalità per imporre la piattaforma unica quando ogni biblioteca ha il diritto di scegliere il fornitore, visto che lo paga? E inoltre così i bibliotecari hanno autonomia di scelta. E infine perché così potrebbe esprimersi anche la comunità locale di utenti di cui parli. Perché se la piattaforma nazionale fosse imposta a tutti top down: come farebbero le comunità locali a esprimersi? O manderebbero dei rappresentanti un una specie di parlamento nazionale degli utenti dell'unico opac nazionale?
2) proviamo a immaginare di non imporre nulla a nessuno in maniera top down ma di convincere e incentivare tutti a passare a una unica piattaforma nazionale. Per es. l'opac SBN potrebbe arricchirsi di funzioni social. Ma: come fai a convincere gli utenti a mettere le cose lì? E se preferiscono farlo altrove?
Questo è il grosso problema: gli utenti fanno come vogliono. Gli utenti non li costringi. Lo stesso vale per Social Book. Come ne promuovi l'uso?
Il punto è: parti dall'online? Sarà facile, partire. Basta avere un informatico. Ma poi, come arriverai da lì alle persone reali e a condizionare le loro abitudini facendo in modo che usino il tuo portale ammesso che non possiamo fare fuori tutti gli altri per legge?
Ci vuole un lavoro di promozione. Ci vogliono tante altre cose. Ma una cosa è certa: se fosse facile lo farebbero tutti.
Consiglio una ripassata del film The Facebook per vedere come nasce una piattaforma di successo dal nulla. Altri consigli non ne ho.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 17:33, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Questo Zotero mi pare utile e me lo studio con calma, ma non copre i servizi connessi alla biblioteca, quelli citati dalla blogger.
Comunque, che mi dici dell'email a proposito di Social Book? Che ne pensi?
Francesca
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Il giorno 25 febbraio 2014 17:24, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Negli stati scandinavi esistono portali nazionali.
Però attenzione: bisogna prima capire bene esigenze e possibili soluzioni. Per es.: se l'esigenza è quella di salvare ricerche bibliografiche con note connesse e avere una soluzione sempre portabile, allora esistono altri strumenti. Uno dei migliori è Zotero: perché:
- è gratuito.
- integrato nel browser Firefox
- copia benissimo record bibliografici in una cartella sul computer
dell'utente (o volendo su una cartella o hard disk mobile). Per es. scarica i record bene anche dal portale Discovery 4) scarica anche i full-text: sia file PDF, che intere pagine web = tutta la pagina, cioè tutti i files che la compongono e che così poi il computer potrà visualizzare esattamente com'era anche se nel frattempo fosse diventata irraggiungibile, cancellata, messa ad accesso riservato. Infine ad un record salvato possono essere associati altri tipi di files: .dco, powe point ecc. 5) se vuoi puoi avere anche l'esatta copia copia della tua cartella Zotero online: così hai tutto e la copia può essere periodica e automatica; 6) se vuoi puoi dare accesso ad altri alla tua cartella online e anche creare una cartella collaborativa, di gruppo. Oppure la tieni privata. O ancora: crei cartelle private e altre pubbliche 7) può essere usato per compilare bibliografie e riferimenti bibliografici da inserire in qualsiasi tipo di documento e con lo stile bibliografico che scegli tu da un elenco. Per es. basta installare in word o in open office un apposito plugin gratuito e da Word o da Open Office cliccando sul pulsante apposito vai a fare una ricerca in Zotero e a selezionare la risorsa che vuoi citare. Zotero inserirà nel documento che stai scrivendo la referenza bibliogarfica formatatta come hai scelto tu.
In sostanza sto parlando di questo: http://www.zotero.org/ Gratuito per tutte le piattaforme.
Che cosa vuoi di più? Io lo uso da anni (è nato nel 2006) e mi trovo benissimo. Ho migrato la cartella locale da un computer all'altro e ho sempre quella online con la copia di tutto. Questa è la risposta per una persona che:
- cerca
- salva
- condivide
- scrive
Perché pensare a un software unico di stato?
Il desiderio non è sbagliato: ma le soluzioni a una esigenza in genere sono tante. Guardiamoci attorno prima di pensare alla soluzione statale. molto lontana.
Pierfranco
Il giorno 25 febbraio 2014 16:53, Giovanna Frigimelica < gfrigimelica@gmail.com> ha scritto:
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo
Stato
dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le
biblioteche, in
modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini.
Per fare si' che lo "Stato" faccia questo bisognerebbe cambiare la Costituzione... la promozione della cultura e' competenza delle Regioni (infatti la maggior parte delle biblioteche esistenti sul territorio sono "pubbliche" e dipendono dal Comune). Quello che potrebbe fare lo Stato (se con questo termine intendiamo un ente centrale tipo l'ICCU o il Mibac) e' mettere a disposizione degli interessati sw open source che vengano utilizzati o realizzati per i propri scopi, cosa che fa molto parzialmente al momento.
Capisco che l'osservazione sia un po' off topic rispetto alla discussione che state portando avanti, ma mi sembrava importante sottolinearlo, perche' e' una cosa che sento dire spesso ed e' sostanzialmente errata. Ciao, Giovanna _______________________________________________ Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari
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Da come lo descrive la blogger mi pare un ottimo prodotto. Lo hai sviluppato anche tu?
Sì a partire dal 2011 soprattutto la parte riguardante l'interfaccia utente. Però l'impianto di base era in uso già da almeno 3 anni presso diversi sistemi bibliotecari (SBPVR, CSBNO, CCM).
Unica pecca, è un giardino chiuso, come tutti gli altri. Penso che lo Stato
dovrebbe acquisire/riprogettare questo prodotto a tutte le biblioteche, in modo da mettere a sistema lo sforzo sia di sviluppo che di impegno dei bibliotecari che di utilizzo dei cittadini. Io viaggio e cambio casa, perché ogni volta devo cambiare anche portale/app di riferimento, perdendo i commenti ecc. fatti sul portale di Milano per ricominciare con un nuovo account a Roma? La risposta la so, ma non mi piace.
Cosa intendi esattamente con giardino chiuso? Nemmeno le recensioni che faccio su Amazon posso portarmele in giro quando mi loggo su Anobii, figuriamoci sperare che lo faccia un portale delle biblioteche
Tornando al topic originario vedo 2 questioni in ballo: a) quali sono le alternative per una persona (non necessariamente utente delle biblioteche) che voglia gestire/condividere la sua biblioteca personale online? Conosco: Shelfari, Goodreads, Anobii, LibraryThing, Zazie, Wuz, Bookmuch, Bookville, qlibri.it (ma chissà che altro, per chi è iscritto ad Anobii c'è questo thread: http://www.anobii.com/groups/01a6401169cea6a796/) Nota: la presenza di parlanti italiani e un catalogo di titoli in italiano è molto importante e credo sia stato uno dei punti di forza di Anobii, a discapito di LT (quando anni fa si parlava solo di loro due) b) posto che vogliamo la massima apertura possibile, esistono software per biblioteche in grado di "interagire" tra loro e con questi servizi esterni? In questo caso "interagire" è particolarmente complesso, perchè si parla di essere in grado di riconoscere il tuo utente delle biblioteche di Roma come lo stesso utente delle biblioteche di Milano che fa recensioni anche su Goodreads. Ovvero: identificazione del lettore a livello nazionale, import/export dei dati prodotti su piattaforme diverse.
Quello che vedo è tantissimi prodotti che realizzano la stessa cosa ma non parlano tra loro, non capisco come l'ennesima soluzione nazionale potrebbe aiutare.
Ciao Giulio
Credo proprio di sì. Qualche biblioteca comunale, ma adesso non saprei dirti quale.
Il giorno 24 febbraio 2014 17:21, Tropico del Libro ~ segnalazioni < segnalazioni@tropicodellibro.it> ha scritto:
Ciao, che sappiate i prodotti https://www.librarything.com/forlibrariesli usa qualche biblioteca in Italia (non so neanche se esista la localizzazione)?
Francesca
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