Il giorno 26 febbraio 2014 11:01, Andrea Zanni zanni.andrea84@gmail.comha scritto:
Se posso interpretare il pensiero di Francesca, ma forse mi sbaglio, credo che lei volesse semplicemente sottolineare il concetto di "bene comune". Fino a pochi anni fa, un errore che io facevo, da giovine cattocomunista qual ero, era ritenere le aziende cattive e lo stato bene comune buono. Poi ho iniziato a lavorare per l'università e conoscere il magico mondo delle PA. Lascio a voi le conclusioni.
Ecco, su questo io non ho detto nulla per non ripetere le solite cose: vale a dire, la scarsa credibilità sul fatto che una "buona" soluzione potrebbe essere una soluzione "statale" e centralista. L'Italia non è la Scandinavia. Lo sappiamo, o bisogna ripeterlo?
Ma il "cattocomunismo": ma esiste ancora? Non so, mi pare che sia passato tanto di quel tempo... e che ormai non tenga davvero più... a meno che non abbia cambiato nome. Quello che preoccupa è proprio che si sprechi tempo e risorse a fare battaglie basate su fondamenti inconsistenti: che non tengono conto di nulla: del contesto, dei problemi concreti, della estrema facilità con la quale certe soluzioni potrebbero scivolare di mano e trasformarsi in qualcosa di pessimo.
Dunque solo online si possono avere beni comuni? Beh, magari questa potrebbe essere una riflessione che varrebbe la pena fare. A patto però che poi uno non mescoli le carte e si aspetti da ambienti solo online i servizi di una istituzione fisica e viceversa.
Pierfranco
non sono sicuro che questo sia lo stesso errore di Francesca, ma il concetto di "bene comune" è complesso e complicato, e presuppone una comunanza di interessi che siano anche quelli statali, regionali, privati, ecc. Secondo me presuppone anche di parlare di beni non rivali, come sono i bit ail contrario degli atomi. Gli unici beni comuni che vedo funzionare infatti sono "cose online".
Andrea
2014-02-26 10:52 GMT+01:00 Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com>:
Ma davvero si può arrivare ad auspicare un intervento "statale" nel senso
di una centralizzazione che metta fine alla frammentazione dei sistemi scelti liberamente dalle biblioteche e che impedisca sia la libera scelta sia il pluralismo del mercato software per biblioteca? E possiamo credere che tutto ciò sarebbe un beneficio per gli utenti?
Mi pare una tale aberrazione che non ci sarebbe neanche bisogno di commentarla per infinite ragioni. Ma visto che esce fuori e prima che Francesca vada alle Stelline anche solo a ipotizzare una cosa che sembra uscire fuori da questa discussione, qualcosa vorrei dirla. Ma non sono assolutamente sicuro di riuscire a dire tutto quello che c'è da dire in merito, sia sotto il profilo della semplice idea, sia sotto il profilo degli effetti concreti che avrebbe.
- innanzitutto comincerei con il dire una cosa che sappiamo tutti, ma
evidentemente non è scontata, va ribadita: Internet è una rete distribuita, non centralizzata. È il risultato di libera iniziativa, di un'aggregazione molto lasca garantita inizialmente solo da un protocollo comune e un linguaggio di formattazione non brevettato e che quindi tutti hanno potuto usare liberamente. Poi si sono aggiunti standard, raccomandazioni, ecc ecc. Ma NON è una rete centralizzata, quindi è come una strada su cui vengono aperti dei negozi: tutto possono aprire il loro negozio (o bar, o circolo, o casa, o come volete chiamarlo) perché è uno spazio virtuale senza i limiti di uno spazio reale. Internet per come lo conosciamo presuppone (e questo va capito fino in fondo):
- un modello economico improntato alla libera iniziativa e pertanto alla
concorrenza: quindi un modello tipicamente occidentale e di tradizione liberistica. Piaccia o no, questo è lo spirito di Internet. 2) presuppone un utente che fa quello che vuole, va dove vuole, deposita file, commenti, apre un blog, compra: tutto questo lo fa dove gli pare. Questo significa che c'è concorrenza per accaparrarsi gli utenti dello spazio virtuale e che qui concorrenza significa catturare questo utente liberissimo: molto più difficile della concorrenza tra negozi del quartiere. 3) Internet presuppone quindi anche un modello sociale e politico: anche qui di massimo liberalismo, cosa che comporta anche degli estremi e quindi problemi di vario genere.
Qualsiasi idea che miri a sostituire a questo pluralismo anarchico una centralizzazione finisce per andare verso qualcosa che NON è Internet, ma un'altra cosa. Per es. un Internet alla cinese. Altra cosa è parlare del fatto che tutto questo ha determinato la nascita di problemi nuovi non previsti e quindi la necessità di pensarci sopra e trovare delle soluzioni. Il punto è se si vuole andare verso un modello che è l'opposto di Internet, se ci sono le condizioni pratiche per farlo, e se porterebbe dei reali benefici.
- Problema: quando pensiamo (se lo pensiamo) che dovrebbe esistere un
software e portale Internet "statale" per le biblioteche, pensiamo anche che tutto questo debba comunque senza se e senza ma sottostare alle stesse condizioni che valgono per il resto di Internet? quindi lo pensiamo come un portale che non sostituirà altri, che sarà in concorrenza con altri e che dovrà riuscire ad attirare un utente libero di fare ciò che vuole? oppure vogliamo usare "statale" anche nel senso di catena gerarchica e quindi di iniziativa top down che elimini qualsiasi altra realtà per sostituire alla rete distribuita un unico grande contenitore, almeno per le biblioteche italiane? Rispetto a questa idea valgono le obiezioni di carattere amministrativo ricordate da Giovanna. Ma non solo: ci sono altre obiezioni: come si può pensare che togliere libera iniziativa alle biblioteche sia positivo? E come si può pensare che sia positivo eliminare il pluralismo del mercato del software per biblioteche, che è garanzia di concorrenza e quindi anche di quella competizione positiva che porta qualità e competizione nei prezzi e nei servizi? Non voler considerare questo a me pare un'aberrazione, una negazione dei vantaggi della competizione. Pluralismo e competizione sono positivi. È già stato fatto un tentativo per eliminarli: si chiamava Unione Sovietica. È fallita. Infine persino la storia di SBN ha sempre fatto spazio al pluralismo perché è sempre stato concepito come una rete che non imponeva un software unico. E questo vale ancora di più per SBN2. E come si fa allora a mettere in discussione tutto questo?
- Software open source di stato diretto alle biblioteche. Siamo sicuri
che sia una cosa compatibile con un sistema basato sulla libera concorrenza? Venga cioè concepito come un prodotto non imposto a nessuno, ma che entra in concorrenza con altri e che la sua realizzazione sia sostenibile e realmente concorrenziale (e non comporti sborsi enormi per le casse dello stato)? Io non ne sono convinto. E ci sono molte persone che pensano che lo Stato non debba fare questo. Non deve "produrre". Deve solo regolare il sistema affinché ci siano modalità sane di concorrenza a vantaggio del cittadino e quindi dello stato: ma stato in senso di collettività non in senso di apparati burocratici. Se invece lo Stato "produce" qualcosa, anche se lo chiama "open source", ma di fatto personalizza, integra, sviluppa e quindi "produce" un pacchetto che in origine non esisteva, allora siamo sicuri che non violerà le leggi della concorrenza e che a nessuna compagine della P.A. sarà imposto di usarlo? Perché se fosse imposto allora le varie compagini della P.A. non sarebbero più libere, non ci sarebbe più concorrenza e i costi del "pacchetto" detto open source potrebbero essere elevati a livello per es. dei servizi connessi: tanto l'imposizione priverebbe chiunque della possibilità di poter ricorrere ad altri fornitori.
Allora, mi pare che già così emerga un quadro che non sta in piedi sotto nessun punto di vista.
Ma mi sembra anche che tutta la discussione parta da un falso problema, in effetti non definito chiaramente, ma avvertibile. O, almeno questa è la mia impressione.
Proviamo a dire che cosa può fare oggi un utente con un opac di seconda generazione e a vedere se un utente mobile,c he cambia città ecc, si trova realmente in difficoltà o forse piuttosto se la sua esigenza è giusta, ma potrebbe sbagliare strumento. Oggi si possono fare queste cose (in genere):
- salvare i risultati di una ricerca bibliografica in una cartella
personale; 2) taggare i risultati 3) recensire 4) assegnare un voto
Queste 4 cose sono in contrasto con le esigenze di una persona che si muove e cambia città perché si troverebbe davanti ai problemi che nascerebbero dalla frammentazione esistente tra gli opac di diverse città e biblioteche? A me non pare per queste ragioni:
- le piattaforme che conosco io consentono di scaricare i records
salvati per memorizzarli sul proprio computer in un certo formato. Quindi non si perde nulla
- se quello che interessa è il proprio catalogo di tag e di connessi
records bibliografici, e si vuole portarselo sempre con sé, allora a mio parere non è un certo opac lo strumento adatto per vari motivi. Innanzitutto oggi qualsiasi ricerca (e magari una pubblicazione basata su una ricerca) si fa anche utilizzando molti materiali che non sono libri, ma articoli, reports, slides ecc. ecc.: tutte cose che non sono catalogate in un opac. Quindi ho bisogno di un sistema locale per salvare tutte queste diverse cose che derivo da diversi sistemi e in questo sistema locale creo anche la mia tassonomia di tag. La riposta è una soluzione come Zotero o simili: qualcosa che sta sul mio computer e che eventualmente può anche esistere in una copia online (e anche questo lo fa Zotero).
- se inserisco recensioni o voti in un opac poi non li posso esportare?
Vero. Ma è davvero importante farlo? pensiamoci un attimo: postare un recensione, che sia su Amazon, su Anobii o in un opac significa fare la stessa cosa che inserire un commento a un blog: è partecipare a una conversazione. Può anche darsi che nella realtà poi nessuno partecipi alla mia recensione con un suo commento, ma questo non importa: io posto la recensione per iniziare una conversazione. E magari in seguito arriveranno commenti. Non lo posso sapere in anticipo. Quindi è sempre potenzialmente una conversazione. Allora perché dovrei voler esportare, tirare fuori dal suo contesto originario, quella parte di conversazione che coincide con il mio pezzo? Che senso avrebbe? Se penso che mi serva un domani ne farò la copia su un file sul mio computer. Ma davvero non riesco a vedere come un limite una caratteristica che è propria di tutti questi ambienti: le mie recensioni non le posso esportare. Nessuno credo ne ha mai sentito il bisogno. È un pezzo di conversazione e come tale non avrebbe senso estrapolarlo.
Per questo dico: dov'è il problema che il grande contenitore unico "statale" centralizzato risolverebbe? Io la trovo un'idea aberrante per motivi di principio, pratici e di assenza di benefici concreti. Ma anche a volermi sforzare di vedere il problema, senza pretendere di fare in anticipo una critica a una ipotetica soluzione, io questo problema non lo vedo proprio.
Scusate la mail è molto lunga. Ma mi sembra che Francesca abbia sollevato un problema (che secondo me è un falso problema) tirando fuori questioni molto grosse e lasciando intuire delle soluzioni che vanno anche discusse perché sono in contraddizione con tutto: con Internet, con il modo di lavorare delle biblioteche, con l'economia di un paese occidentale.
Pierfranco
Il giorno 26 febbraio 2014 09:23, Nicola Madonna nmadonna@unina.it ha scritto:
Buongiorno,
vista la provenienza eterogenea degli iscritti a questa lista (io ad esempio a volte mi perdo nei thread in cui ci si addentra troppo nella intricata selva dei tecnicismi wikipediani), vorrei sottolineare quanto detto da Pierfranco a proposito della differenza tra software e servizi reali.
Una cosa è l'amichevolezza e la facilità d'uso dell'interfaccia (e molti cataloghi in linea lo sono ancora troppo poco), tutt'altra cosa sono i servizi che stanno sotto quella interfaccia. Varrebbe la pena ribadire il fatto che tanti ILS danno già da tempo la possibilità all'utente di gestire aree personali, di effettuare prenotazioni, di proporre desiderata ... Il fatto che alcune di queste possibilità vengano "oscurate" di proposito da chi gestisce quei sistemi è dovuto spesso alla conclamata impossibilità di far rispettare quei servizi (nulla di peggio che mettere su una piattaforma bottoni o form che creano false aspettative nell'utenza).
Quindi occorre distinguere quello che il sw consente di fare (e spesso è molto di più di quello che si vede nei corrispondenti cataloghi in linea), con i servizi reali adottati dalle singole biblioteche.
Banale, ma ho notato un po' di confusione su questo punto.
Infine, detto en passant, concordo anche con la sacrosanta puntualizzazione di Giovanna a proposito della richiesta di "intervento statale"
Ciao
Nicola
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