Il giorno 26 settembre 2013 11:00, Virginia Gentilini < virginia.gentilini@gmail.com> ha scritto:
Naturalmente so bene quali giustificazioni sono state addotte anni fa
per difendere il modello SBA contro quello dipartimentale. Ma oggi hanno ancora senso?
Essendo fuori dall'università dal 2001 invece io non le conosco. Pierfranco, riusciresti a riassumerle per cortesia? Grazie Virginia
Volendo riassumere gli argomenti a favore degli SBA, direi che sono essenzialmente ispirati da 4 tipi di considerazioni (se dimentico punti importanti qualcuno li aggiunga):
1) visione manageriale: l'organizzazione dipartimentale significa anche frammentazione di risorse e questo creerebbe sia diseconomie sia disservizi. Disecononomie perché sia le risorse economiche che di personale non sono ben distribuite, per i motivi più vari ed esistono non solo forti dislivelli (biblioteche dipartimentali riche e biblioteche diparitmentali povere), ma anche spese elevate da una parte (che possono essere anche viste come "sprechi", ma dipende dai punti di vista) e risorse troppo esigue dall'altra. Per cui si ritiene che solo un controllo unico centrale possa redistribuire razionalmente le risorse. I disservizi sono naturalmente figli di questa situazione: se hai troppe poche risorse non puoi dare servizi all'altezza. Credo che tutti conosciamo esempi di queste cose.
2) visione "strutturale": quella che ha riassunto Laura Testoni: cioè la gestione di servizi infrastrutturali nati negli anni '90: prima il gestionale per catalogo, poi i sistemi per le risorse elettroniche come SFX, poi a partire dal 1999/2000 i contratti di ateneo per gli acquisti dei grossi pacchetti di risorse elettroniche. Visto che la gestione di infrastrutture tecnologiche e di acquisti centrali presuppone anche un livello comune di decisioni, in alcuni atenei la nascita di quelle attività ha giustificato la creazione di commissioni per le biblioteche di ateneo, di uffici centrali per la gestione delle attività e di lì, in certi casi, la situazione è evoluta verso la creazione di ruoli di coordinatore o dirigente. Ma questo processo evolutivo non è stato affatto uniforme. Tutti gli atenei hanno queste attività, ma non tutti oggi hanno un dirigente e uno SBA. Quindi gli esiti sono stati diversi e non scontati.
3) visione "storica": quella che è già stata ricordata: cioè in vari casi le biblioteche dipartimentali erano solo uffici acquisti dei libri per i docenti con annessa sala consultazione e magazzino librario. Stop. In passato il personale era fatto di catalogatori e di bidelli promossi, spesso niente reference. Servizi e capacità molto molto basse. Ma anche questo in realtà dipende dai casi: esistono biblioteche dipartimentali (penso a casi che conosco a Padova e Bologna, ma naturalmente sono nomi a caso, ne esisteranno tanti altri) dove il livello di servizi e di competenze era ed è elevato. Il punto è che da soli i casi "negativi" non hanno mai avuto forse e possibilità per cambiare la situazione e uscire dal circolo vizioso: il docente mi chiede solo di comprare libri, non mi manda a imparare nulla, mi demotivo, il livello di servizi è pessimo. Lo SBA è stato visto come un'opportunità per prendere decisioni sul personale, sottrarlo alle decisioni dei docenti, mandarlo a fare corsi, spostarlo, e quindi elevarne le competenze anche allo scopo di elevare i servizi.
4) creare un potere forte "dirigenziale" consente di avere un "difensore" delle biblioteche presso l'amministrazione ed evitare che facciano la fine di Cenerentola e non abbiano visibilità agli occhi del direttore generale dell'Ateneo.
Ovviamente come in tutte le cose, queste 4 motivazioni hanno senso sulla carta, ma non sempre nella realtà. A livello pratico le biblioteche di dipartimento hanno continuato ad esistere, le differenze economiche anche: le biblioteche umanistiche e dell'area socio economica sono sempre state più ricche di quelle scientifiche. Il dirigente (o coordinatore) non è per forza di cose una figura autorevole e potente anche perché non è affatto detto che sia stato scelto in tutti i casi con procedure trasparenti, pubbliche e atti motivati, per cui non è affatto detto che possa contare qualcosa. A volte è solo una persona che approfittando di una congiuntura favorevole è riuscita a migliorare status e stipendio, ma possono essere miglioramenti del tutto individuali che non hanno alcuna ricaduta positiva sul "sistema", anche perché in questi casi si tratta di figure deboli (come capita del resto in tutti i casi in cui le procedure di selezione non sono trasparenti ma sono frutto di sistemi clientelari).
Per questo oggi ha senso porre la domanda: davvero questo assetto, là dove è nato, è difendibile e ha portato reali benefici? Il che però non significa dire che le biblioteche dipartimentali siano le "diffuse libraries" di cui parla la bibliotecaria americana Lougee che vede il digitale come modalità per creare le bibliotefche "diffuse". Il punto è che sarebbe semmai indispensabile pensare a un nuovo tipo di organizzazione decentrata. Ma questo trend è in antitesi con un potente trend opposto verso una ipercentralizzazione che consenta il massimo controllo su tutto, tendenza che a livello politico ha ispirato anche diverse scelte del passato governo. Il decentramento richiede una qualche forma di controllo per evitare sprechi, ma la sintesi tra giusta quota di autonomia e giusto controllo esterno è proprio quello che in Italia non si riesce a fare per tante ragioni e soprattutto perché l'Italia è da sempre una società molto frammentata in tanti settori, nicchie, lobbies, corporazioni, centri di potere e nessuno sembra poter conquistare una posizione forte per prendere decisioni che non siano frutto di compromessi e negoziati estenuantie per poter limitare gli esiti negativi di autonomie e lobbies prive di controllo. Oggi cose come decentramento e frammentazione fanno paura e a molti l'ipercentralismo sembra la soluzione. Anche i vertici delle amministrazioni universitarie vedono le cose così. Ma questa visione ha effetti nefasti sulle biblioteche universitarie. Anche perché un trend concomitante sta portanto all'abolizione dei ruoli di dirigente dei sistemi bibliotecari. Quando vanno in pensione o si trasferiscono non vengono sostituiti perché così l'ateneo risparmia su uno stipendio elevato per un ruolo a cui si pensa di poter tranquillamente rinunciare. È successo a Bologna, al Politecnico di Milano. In questi casi tutte le attività riconducibili ai servizi centrali vengono riassegnate a un dirigente qualunque (le soluzioni sono le più diverse) e a volte le biblioteche non si sa più neppure da chi dipendano. Non aggiungo altri particolari anche per non dipingere situazioni di estrema confusione che fanno già abbastanza male a chi le sta vivendo. Ma sta succedendo. Insomma: i vertici delle amministrazioni universitarie di fatto da tempo stanno ridisegnando i sistemi bibliotecari a proprio uso e consumo, riducendoli a strutture adibite ad attività di pura amministrazione (=chi ha livelli elevati ha quasi solo compiti di "controllo"). Per questo pensare a nuove forme di decentramento costituirebbe una risposta del tutto controcorrente per slegarsi dall'amministrazione. Non è lì che sta il futuro delle biblioteche universitarie.
Pierfranco
Bibliotecari mailing list Invio messaggi in lista: Bibliotecari@wikimedia.it Configurazione utente: http://mailman.wikimedia.it/listinfo/bibliotecari