Da: Bibliotecari [mailto:bibliotecari-bounces@wikimedia.it] Per conto di Francesco Piras - SoSeBi S.r.l. Inviato: giovedì 24 settembre 2015 16:56 A: bibliotecari@wikimedia.it Oggetto: Re: [Bibliotecari] Biblioteche e riutilzzo documenti del settore pubblico (modifiche al D.Lgs 36/2006)
- Sull'interpretazione del passaggio relativo al riutilizzo del dato, mi preoccupa che i fini debbano essere "diversi dallo scopo iniziale per il quale il documento che lo rappresenta e' stato prodotto nell'ambito dei fini istituzionali". Non mi è chiara la logica e soprattutto l'intento che sta dietro questa definizione data dal legislatore. Per quale ragione lo scopo dovrebbe essere diverso da quello iniziale? Cosa si intende evitare escludendo dal riuso il medesimo fine? Se nel riuso si migliora, si crea valore (sociale ed economico) e quindi evoluzione, crescita. Altrimenti si deve sempre ricreare il dato da zero per servizi che hanno i medesimi fini? Ma questo è uno spreco di risorse e quindi una riduzione del valore.
Questa mi sembra una interpretazione troppo pessimistica. Quel testo si trova in una definizione, ossia intende definire cosa si intende per riuso nel contesto della norma. Ciò che non rientra nella definizione, non è che sia vietato, ma semplicemente è al fuori dell'oggetto della norma.
Nel caso particolare, ciò che non è riuso rientra tra i fini istituzionali del documento, e quindi è senz'altro lecito.
Per fare un esempio banale: leggere a video i dati di un opac non è riuso ed è lecito senza alcuna formalità, visto che è il fine più immediato del servizio stesso. Anche salvare una copia dei dati per poterla esaminare più comodamente può senza problemi rientrare nella stessa finalità.
Viceversa, salvare una copia dei dati per effettuare delle elaborazioni diverse da quelle del sistema di origine e con queste offrire servizi al pubblico potrebbe essere o no incluso nelle finalità del documento originario a seconda di come esse vengono definite.
In generale, non capisco bene come questa norma possa conciliarsi con lo spirito che anima gli indirizzi dell'Agenda Digitale sugli Open Data.
Concordo in pieno, così come sulle considerazioni di carattere economico, a cui ne aggiungo una: oggi ho visitato una mostra sulla cartografia che si tiene a Genova (http://www.daquialiguria.regione.liguria.it/), per la quale - detto per inciso - sono state utilizzate anche immagini di carte geografiche antiche prese dalla Biblioteca Digitale Ligure. Nei pannelli informativi si dice tra l'altro che
"E ciò [analizzare grandi insiemi di dati] è possibile solo se le informazioni sono rese disponibili liberamente dalle agenzie spaziali dei vari paesi. Questo è ciò che hanno fatto gli Stati Uniti a partire dal 2008 distribuendo gratuitamente i dati Landsat ed è ciò che sta facendo in Europa l'ESA attraverso il programma Copernicus. Tutto ciò produce vantaggi anche in termini di sviluppo economico: si stima infatti che il programma Copernicus produrrà nei prossimi quindici anni più di ventimila nuovi posti di lavoro" (http://www.daquialiguria.regione.liguria.it/mostra_futuro_01.htm)
"Un numero sempre maggiore di pubbliche amministrazioni rende disponibili gratuitamente i propri dati geografici in modalità open con licenze che ne permettono il libero utilizzo anche per fini commerciali. Attualmente sono 14mila i dataset aperti da enti pubblici, nazionali e locali, resi disponibili dal portale dell'Agenzia per l'Italia digitale dati.gov.it di cui oltre 400 pubblicati da Regione Liguria. Tutto ciò genera effetti positivi in termini di sviluppo culturale ed economico perché i dati liberi rendono i cittadini informati e promuovono la nuova imprenditoria, con lo sviluppo di app e servizi digitali. Si stima infatti che il potenziale racchiuso all'interno dell'intero patrimonio di dati pubblici potrebbe valere fino a 5miliardi di euro con ricadute sul territorio di oltre 60miliardi" (http://www.daquialiguria.regione.liguria.it/mostra_futuro_03.htm)
Se questi dati sono corretti c'è da riflettere seriamente, perché pare che le disposizioni del D.Lgs 36 tendano più a frenare che a stimolare questi processi, e ciò più nell'ambito dei beni culturali che negli altri.
Beppe