Simona, hai inserito un tema cruciale per tutti: come si conserva il locale nel globale. Cosa da pensarci per bene. Anche perché non tutto merita una battaglia culturale per la conservazione. Certe cose "locali" sono un po' delle scemenze. Invece cose come dialetti ecc. rappresentano una identità. Ma non vorremo mica dire che come cataloga oggi la vecchia signorina Maria (nome a caso) sulla soglia della pensione in una qualche biblioteca statale rispettando tutti i crismi imparati in una onorata carriera, sono cose tutte da preservare perché sono l'identità dei bibliotecari della generazione della signorina Maria? Ma soprattutto parliamo di specificità locali che si traducono in una tradizione "viva" o parliamo semplicemente di perpetuare una tradizione non più viva ma che vogliamo comunque conservare? Pensiamo a cose come la pratica di dire che la forma accettata dei nomi degli autori antichi è il nome latino. A me sembra che nel 2013 sia un po' difficile trovare argomenti per salvare la continuità di questa pratica. In un contesto culturale così diverso da quello dei tempi in cui è stata adottata quella regole: allora chi andava in biblioteca aveva fatto studi liceali e quindi non aveva problemi. Siamo sicuri che scelte così elitarie non siano una delle tante cose che condizionino anche lo scarso amore per la cultura? Insomma: la tradizione locale costruitasi nel passato che ti pare importante di dover salvare è una costruzione storica, legata a un contesto sociale diversissimo e in varie cose fa a pugni con il contesto attuale e i suoi bisogni.
Ho una curiosità che ti chiedo: se ti va di spiegarla. Nel 2005 Petrucciani aveva pubblicato un articolo sul Bollettino AIB in cui definiva il VIAF un progetto confuso e avrebbe poi spiegato perché. Tu sai se e dove ha spiegato perché? E sai se oggi ha cambiato idea? Mi incuriosisce anche perché tre anni dopo quell'articolo, cioè nel 2008, usciva il report curato per l'IFLA da Barbara Tillet che faceva il punto sul progetto di creazione di un authority file internazionale, consigliava la dismissione del progetto ISADN e spiegava perché ne farebbe le veci il VIAF. Le raccomandazioni che conteneva sono chiare in proposito: «IFLA should not pursue the idea of an International Standard Authority Data Number (ISADN) as it has been defined» e: «IFLA should continue to monitor the progress of efforts of the ISO 27729 ISNI Working Group and the VIAF Project and any potential numbering that may result from those efforts».
Quindi ISADN non interessa più all'IFLA. Ma L'ICCU continua a inserire un numero di record ISADN in ogni record di autorità.
Hai qualcosa da dirci in merito su ciò che pensa oggi il settore dell'accademia italiana che è coinvolto dall'ICCU nelle scelte catalografiche?
grazie
ciao
Pierfranco Minsenti
Il giorno 02 giugno 2013 20:00, Simona Turbanti sturbanti@gmail.com ha scritto:
E' vero, partecipo a questa lista da poco e ho quindi una visuale meno ampia della tua e degli utilizzatori piu' "antichi", ma credo le mie parole siano state in parte fraintese; cerco, quindi, di chiarire meglio.
- Facendo da anni la library manager di un grande catalogo penso di
conoscere abbastanza bene i presupposti che deve avere un opac e concordo sul fatto che "il trattamento informatico dei dati presuppone certe strategie, certi principi guida" (tanto e' vero che nell'authority file del "mio" SBA le date sono inserite nel tag UNIMARC 340 senza altri termini, in modo da poter essere in futuro estratte senza problemi, in caso di bisogno).
- Concordo anche circa l'importanza del match tra VIAF e SBN; a questo
proposito, penso occorra lavorare con OCLC sul match (punto che non mi pare cosi' complesso), cosi' che ognuno mantenga le proprie tradizioni e possa essere trovato il modo informatico di far incontrare le diversita'.
- Credo che tutte le tradizioni locali (RDA compresa) siano messe in
discussione dai nuovi modi di "consumare" l'informazione bibliografica.
Insomma, sono convinta l'internazionalizzazione significhi massimo rispetto per le tradizioni locali (VIAF sarebbe stato del tutto inutile se il futuro fosse la prevalenza del Codice catalografico Unico).
Buona serata, simona
Il giorno 02 giugno 2013 16:00, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Non sono d'accordo con quello che scrivi Simona.
Tu partecipi da poco alla lista e se non hai consultato gli archivi a partire dal marzo di quest'anno non ti sarai forse resa conto che tutta la discussione è partita dai problemi che ruotano intorno a un progetto molto concreto: il fatto che Wikipedia Italia ha iniziato a fare quello che avevano già fatto le altre Wikipedia (a partire da quella inglese, e poi anche quella tedesca e francese): vale a dire nelle voci di autori dell'identificatore VIAF che funge anche da hyperlink al record a grappolo dentro al VIAF.
I problemi emersi sono proprio legati a normative catalografiche non allineate e peraltro non adatte a un ambiente informatizzato. Il punto non è riconoscere che dobbiamo "allinearci": il punto è riconoscere che il trattamento informatico dei dati presuppone certe strategie, certi principi guida: inserire informazioni fondamentali in note discorsive, come fa l'ICCU, significa non aver compreso che le note discorsive sono fatte per essere lette dagli umani, ma non sono fatte per i parser automatici. Questa è la vera questione. Gli altri lo sanno e si sono preparati. L'Italia non si è posta il problema.
Questo tema è anche molto legato alla questione dei dati open perché esporre i dati liberamente significa preoccuparsi di consentirne il riuso: cosa che presuppone la messa a disposizione di dati con strutture note, prevedibili. Quindi se metti i tuoi dati a disposizione non puoi non curarti degli standard de facto e neppure delle procedure informatiche che altri costruiscono per riusare quei dati partendo dal presupposto che esistano pratiche comuni, che però una volta usate con i tuoi dati danno cattivi risultati dato che chi li ha forniti ha voluto ignorare le pratiche comuni molto diffuse. E la procedura di OCLC per la creazione del VIAF è un perfetto esempio del fatto che all'estero costruiscono procedure partendo dalla consapevolezza dell'esistenza di standard de facto che però in Italia non sono considerati da molto tempo. È un esempio e anche una metafora significativa di isolamento e disinteresse per le direzioni adottate dagli altri. Comunica un'idea di imbalsamazione delle regole (che in questo caso sono sempre quelle del 1979!). È un rigor mortis?
Quindi esiste un nodo di problemi collegati: non sono identici e totalmente sovrapposti, ma collegati sì.
Poi è anche vero che qui non si discute di normative catalografiche. Ma il nesso esiste. E se su questa lista non si spiegavano queste cose, chi non è bibliotecario ma ha cuore Wikipedia non avrebbe compreso le cause dei problemi e insieme il significato che assumono come sintomi di problemi ben più vasti legati a immobilismo e conservatorismo.
ciao
Pierfranco Minsenti
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