E' vero, partecipo a questa lista da poco e ho quindi una visuale meno ampia della tua e degli utilizzatori piu' "antichi", ma credo le mie parole siano state in parte fraintese; cerco, quindi, di chiarire meglio.
1) Facendo da anni la library manager di un grande catalogo penso di conoscere abbastanza bene i presupposti che deve avere un opac e concordo sul fatto che "il trattamento informatico dei dati presuppone certe strategie, certi principi guida" (tanto e' vero che nell'authority file del "mio" SBA le date sono inserite nel tag UNIMARC 340 senza altri termini, in modo da poter essere in futuro estratte senza problemi, in caso di bisogno).
2) Concordo anche circa l'importanza del match tra VIAF e SBN; a questo proposito, penso occorra lavorare con OCLC sul match (punto che non mi pare cosi' complesso), cosi' che ognuno mantenga le proprie tradizioni e possa essere trovato il modo informatico di far incontrare le diversita'.
3) Credo che tutte le tradizioni locali (RDA compresa) siano messe in discussione dai nuovi modi di "consumare" l'informazione bibliografica.
Insomma, sono convinta l'internazionalizzazione significhi massimo rispetto per le tradizioni locali (VIAF sarebbe stato del tutto inutile se il futuro fosse la prevalenza del Codice catalografico Unico).
Buona serata, simona
Il giorno 02 giugno 2013 16:00, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
Non sono d'accordo con quello che scrivi Simona.
Tu partecipi da poco alla lista e se non hai consultato gli archivi a partire dal marzo di quest'anno non ti sarai forse resa conto che tutta la discussione è partita dai problemi che ruotano intorno a un progetto molto concreto: il fatto che Wikipedia Italia ha iniziato a fare quello che avevano già fatto le altre Wikipedia (a partire da quella inglese, e poi anche quella tedesca e francese): vale a dire nelle voci di autori dell'identificatore VIAF che funge anche da hyperlink al record a grappolo dentro al VIAF.
I problemi emersi sono proprio legati a normative catalografiche non allineate e peraltro non adatte a un ambiente informatizzato. Il punto non è riconoscere che dobbiamo "allinearci": il punto è riconoscere che il trattamento informatico dei dati presuppone certe strategie, certi principi guida: inserire informazioni fondamentali in note discorsive, come fa l'ICCU, significa non aver compreso che le note discorsive sono fatte per essere lette dagli umani, ma non sono fatte per i parser automatici. Questa è la vera questione. Gli altri lo sanno e si sono preparati. L'Italia non si è posta il problema.
Questo tema è anche molto legato alla questione dei dati open perché esporre i dati liberamente significa preoccuparsi di consentirne il riuso: cosa che presuppone la messa a disposizione di dati con strutture note, prevedibili. Quindi se metti i tuoi dati a disposizione non puoi non curarti degli standard de facto e neppure delle procedure informatiche che altri costruiscono per riusare quei dati partendo dal presupposto che esistano pratiche comuni, che però una volta usate con i tuoi dati danno cattivi risultati dato che chi li ha forniti ha voluto ignorare le pratiche comuni molto diffuse. E la procedura di OCLC per la creazione del VIAF è un perfetto esempio del fatto che all'estero costruiscono procedure partendo dalla consapevolezza dell'esistenza di standard de facto che però in Italia non sono considerati da molto tempo. È un esempio e anche una metafora significativa di isolamento e disinteresse per le direzioni adottate dagli altri. Comunica un'idea di imbalsamazione delle regole (che in questo caso sono sempre quelle del 1979!). È un rigor mortis?
Quindi esiste un nodo di problemi collegati: non sono identici e totalmente sovrapposti, ma collegati sì.
Poi è anche vero che qui non si discute di normative catalografiche. Ma il nesso esiste. E se su questa lista non si spiegavano queste cose, chi non è bibliotecario ma ha cuore Wikipedia non avrebbe compreso le cause dei problemi e insieme il significato che assumono come sintomi di problemi ben più vasti legati a immobilismo e conservatorismo.
ciao
Pierfranco Minsenti
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