Il giorno 23 ottobre 2013 12:45, Pierfranco Minsenti < pierfranco.minsenti@gmail.com> ha scritto:
A questo punto io sento la necessità di una verifica sul vero scopo di questa discussione perché potrei aver capito male: chiedo quindi a Giulio Blasi: quando chiede di aiutarlo a individuare ragioni e forme della collaborazione tra biblioteche e Wikipedia, a che tipo di coinvoglimento pensa? Distinguerei tra 3 tipi di coinvolgimento:
- coinvolgimento istituzionale della biblioteca: cioè vengono definite
forme di uso/collaborazione che rispondono a una precisa strategia di servizio non occasionale;
oppure:
- la biblioteca come insieme di facilities che sono utili e possono
essere prestate occasionalmente a Wikipedia così come a un'altra associazione e per il perseguimento dei loro scopi, magari con un occhio di riguardo per Wikipedia perché i suoi scopi sono molto vicini a quelli delle biblioteche;
oppure:
- collaborazione in senso generale tra Wikipedia e quella che è la
comunità bibliotecaria che potrebbe reimpiegare le proprie competenze in Wikipedia, cioè il discorso che sottolinea in particolare Andrea Zanni ma che non riguarda la biblioteca come istituzione semmai è una scelta individuale.
Sono 3 forme di coinvolgimento che ovviamente non si escludono del tutto a priori. Piuttosto si escludono la forma 1 di coinvolgimento e la forma 2: bisogna scegliere l'uno o l'altro. Se si vuole fare una mini indagine sul fenomeno, le sue prospettive e opportunità a me pare indispensabile chiarire i fili diversi di un intreccio che altrimenti è confuso e non aiuta nessuno. Perché se si pensa al coinvolgimento del tipo istituzionale, cioè alla biblioteca come organizzazione precisa fatta di strumenti, risorse umane, attività e offerta di servizi, allora resta in piedi solo la forma di collaborazione del tipo 1. Se invece si pensa in termini molto generali allora emergono anche le altre due forme di coinvolgimento, ma bisognerà chiarire le differenze specifiche in modo che la singola biblioteca decida che strategia adottare.
Giulio per favore chiarisci il vero scopo della tua domanda e soprattutto esplicita i presupposti del discorso.
Pierfranco, lo faccio volentieri.
In realtà la mia domanda voleva semplicemente capire qual era il livello della riflessione (anche a lungo termine) che si era fatta sul tema, capire se era condivisa una vision generale e quali elementi di questa vision fossero più ricorrenti. Inoltre sto ragionando in questi giorni sul tema del rapporto tra biblioteche e processo di costruzione di repository di open data della PA e il caso Wikipedia è in qualche modo connesso a questo tema, ma ci torno tra un attimo.
La tua classificazione dei tipi di coinvolgimento mi pare del tutto condivisibile, tuttavia mi parrebbe interessante ragionare oltre che sul cosa anche sul "perché". Magari in questa direzione emergono degli spunti di riflessione interessanti e forse anche nuove "cose" che potrebbero interessare i bibliotecari (nel tuo senso 3, almeno).
Una linea di pensiero molto informale che sto provando a seguire è la seguente. Ve la propongo in tutto il suo carattere di riflessione in corso.
1. Nei paesi più avanzati (Danimarca in testa) gli Open Data non sono solo fuffa da "PA moderna" ma un progetto preciso che punta a creare nuove occasioni di impresa e nuovi servizi a partire dai dati aperti della PA. Se avete bisogno di un'introduzione sul tema leggete questo articolo uscito su Internazionale qualche giorno fa, il titolo è "Nel paese dei dati" ( http://www.internazionale.it/sommario/1021/).
2. Nella logica danese (che io condivido a fondo anche su altri temi) l'apertura dei dati non è una forma di servizio sociale gratuito e senza scopo, una sorta di apertura e gratuità fine a se stessa. Ma al contrario un modo per stimolare in forma aperta e paritaria l'uso **commerciale** dei medesimi dati per lo sviluppo di servizi innovativi. Faccio un esempio banale. Una PA potrebbe rilasciare gratuitamente tutti i dati sul traffico automobilistico che possiede (inclusi quelli in tempo reale) e le imprese potrebbero utilizzare quei dati per sviluppare applicazioni e servizi interessanti per gli utenti finali. Ecc. Ancora più esplicitamente un'agenzia danese molto importante ha dichiarato che il lavoro sugli Open Data "is about creating easier and more uniform access to public data as raw material for the private sector in the development of innovative digital products and services, useful analyses, data visualisations and data journalism.”
3. Di quali dati si tratta? Ecco una lista incompleta e puramente esemplificativa che ha proposto Antonella De Robbio (qui http://www.bibliotecheoggi.it/content/201200601101.pdf)
- dati geografici (mappe geografiche, stradali, geologiche, dati sui movimenti sismici, utilizzo del territorio...); - dati ambientali (atmosferici, climatici, sull’inquinamento...); - dati sul trasporto locale; - dati demografici (relativi a censimenti, popolazione,flussi migratori...); - dati elettorali; - dati sulla produzione e sul consumo energetici; - dati finanziari (di bilancio) e tributari (redditi e tasse); - dati economici e delle attività degli enti locali (primo Comune italiano: Firenze – ottobre 2011 – ha pubblicato numerosi set di dati); - dati sui beni immobili (catastali); - dati sulla salute pubblica (dati aggregati); - dati sullo stato dell’educazione; - dati per la gestione e smaltimento; - dati sulla gestione delle acque; - dati sulla sicurezza pubblica; - dati di fonte e documentazione pubblica (legislazione, giurisprudenza) - ecc.
4. OK arrivo alla domanda cruciale: la preparazione e la manutenzione di questi dati è di competenza (almeno) parziale dei bibliotecari? I bibliotecari (in uno dei 3 livelli di coinvolgimento che hai articolato) possono dare una mano in questo lavoro/processo?
5. Infine: se Wikipedia appartiene al campo della costruzione di dati aperti e pubblici (non ovviamente nel senso della PA) in che modo si rapporta con progetti come quello danese? I set di metadati aperti di Wikipedia (e progetti correlati) possono servire a sviluppare servizi innovativi (e potenzialmente commerciali, che è come dire: possono generare impresa e lavoro)?. Oppure siamo nell'ambito (per carità, più che rispettabile e utile ma anche più limitato) del puro volontariato e dell'associazionismo no-profit? Faccio un esempio banale: contenuti storico-artistici multimediali sull'Italia in licenza CC potrebbero stimolare progetti editoriali (commerciali!) assolutamente interessanti a vari livelli.
6. Il progetto danese mi appassiona perché l'idea è che gli Open Data possno diventare una vera e propria **infrastruttura** per nuovi tipi di servizi, imprese e rapporti tra Stato e impresa. Occuparsi di questo diventa così un modo molto preciso per lavorare a una nuova economia, ai processi di innovazione, ecc. E credo che questo sia (o dovrebbe essere) nella mission di una PA (ne sono meno certo se parliamo di puro volontariato no-profit).
7. Conclusioni. Certo le biblioteche si occupano anzitutto di libri (cd, dvd, ebook, ecc.), della lettura. Poi secondariamente si occupano di essere "piazze". C'è uno spazio "terzo" (temo da conquistare con le unghie e con i denti) in cui le biblioteche del futuro (abitate da bibliotecari con profonde competenze sui metadati, il data mining, e tutto ciò che *oggi* - non al tempo di Dewey - significa lavorare con l'organizzazione dell'informazione) diventano gli agenti della PA (e soggetti "esterni" no-profit come Wikimedia) nel costruire e manutenere un'infrastruttura di dati aperti? Forse le biblioteche (e gli archivi) potrebbero recuperare un ruolo di "istituti di conservazione" spostando l'attenzione dai documenti in senso tradizionale ai set di dati che oggi il mondo (e in particolare la PA) produce a gettito continuo e che (preservatio) scompariranno come gli incunaboli mal conservati se non ce ne occuperemo per tempo.
8. O no?
9. Ah dimenticavo. I primi dati aperti che una biblioteca che si occupa di open data dovrebbe imparare ad aprire sono i propri (catalogo, dati anonimizzati sui prestiti, ecc.). Non è uno scioglilingua ma un'idea seria. Esempio: gli editori pagano fior di quattrini per analisi di società come Nielsen che fanno sorridere in termini di quantità di dati analizzati rispetto a quanto anche una semplice biblioteca di quartiere sarebbe in grado di generare. Però sono inutilizzati. Non generano vantaggi per nessuno. Non vengono sfruttati. Non diventano pubblici. Sono "pubblici" sono nel senso che sono "di proprietà della PA che poi non se ne serve in alcun modo". Lavorare sugli Open Data significa anche un po' cercare di capire perché sono come il petrolio (o l'oro, se vogliamo una metafora meno inquinante).
Grazie a tutti per la discussione che mi pare interessante e che spero continui: ho sintetizzato la mia posizione in punti ma ho tralasciato i molti punti interrogativi che ad ogni passaggio del mio ragionamento sono necessari.
saluti
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